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L'azione di responsabilità contro gli amministratori di società a responsabilità limitata: natura giuridica e legittimazione processuale (nota a Trib. Roma, 21 maggio 2007)

Mauro Cannavò

 

TRIBUNALE DI ROMA, 21 maggio 2007 – Monsurrò Presidente – Nazzicone Estensore – Anghingò s.r.l. (Avv. Bonarrigo) c. Amalia Riso (Avv. Margotta)

Società – Società a responsabilità limitata – Amministratori – Azione di responsabilità

(Art. 2476 c.c.)

È escluso che l’azione di responsabilità promossa dalle minoranze sia di natura surrogatoria. Si tratta invece di un’azione autonoma, esercitata dal socio in nome proprio e nell’interesse della società che, rimanendo il titolare diretto della situazione soggettiva, resta legittimata a proporre l’azione. Pertanto, è data una legittimazione concorrente e disgiuntiva alla società ed ai soci in ordine alla stessa azione (1).

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il giorno 11 luglio 2005 quanto al completamento delle formalità di cui all’art. 140 c.p.c., la Anghingò s.r.l. conveniva in giudizio Amalia Riso, chiedendo il rendiconto della gestione amministrativa svolta fra il 4.4.2002 ed il 24.2.2003, e, quindi, la condanna della convenuta, ai sensi dell’art. 2393 c.c., alla refusione delle somme risultate da rendiconto, oltre interessi e rivalutazione, nonché dell’i.v.a. sulle fatture emesse nei confronti della Nuova Infanzia s.a.s. di Amalia Riso & C. per servizi e forniture rese all’attrice e del danno patito per costi d’impresa non dedotti e trasferiti alla predetta s.a.s., nella misura di giustizia.

Narrava che la convenuta, insieme ad altri sette soci, il 4.4.2002 aveva costituito la Anghingò s.r.l., avente ad oggetto l’attività di asilo nido, scuola materna e ludoteca, con la nomina ad amministratore di Amalia Riso; che, tuttavia, i soci avevano appreso come il contratto di locazione dei locali societari era stato stipulato in data 27.5.2002 non dalla società, ma a nome della Nuova Infanzia s.a.s. di Amalia Riso & C., di cui la convenuta era socia accomandataria, ed esso, contrariamente alle promesse della convenuta, era stato volturato a nome dell’attrice soltanto a maggio 2004; che ciascuno dei soci aveva versato somme alla amministratrice per l’investimento iniziale di £ 400.000.000, ma questa aveva gestito il denaro in modo autonomo senza rendiconto, neanche aprendo un conto corrente bancario; che, inoltre, la convenuta aveva permesso che forniture per la società, e pagate con i fondi sociali costituiti dai predetti conferimenti, fossero fatturate ad altra società della Riso, fra cui gli interventi di ristrutturazione ed i canoni di locazione; che il 20.12.2004 la società aveva evidenziato perdite per € 36.551,88, azzerando il capitale sociale e rendendo necessario di ricapitalizzarla, ma senza che la convenuta esercitasse il suo diritto di opzione. Aggiungeva che, ottenuta infine la conclusione a proprio nome del contratto di locazione dal 1°.5.2004, la società si era dovuta far carico anche della morosità pregressa per € 36.400,00. L’assemblea ordinaria in data 29.11.2004 aveva deliberato l’esercizio dell’azione di responsabilità sociale. I soci avevano versato la somma complessiva di €206.582,60, mai rendicontati, mentre per le somme fatturate ad altra società l’attrice intendeva chiedere il risarcimento, in ragione dei costi sostenuti e non dedotti come crediti d’imposta non recuperati.

Quindi, previa notifica alla controparte in data 8.11.2005, il giorno 11.11.2005 l’attrice depositava l’istanza di fissazione dell’udienza, in cui, riproponendo le domande indicate in citazione, precisava che l’importo dell’i.v.a., di cui chiedeva il pagamento, era pari ad € 41.316,56, o la somma di giustizia, mentre i costi di impresa non dedotti erano pari ad € 206.582,80, ossia l’intero importo dei “conferimenti” dei soci.

Il 28.11.2005, previa notifica alla controparte, si costituiva in giudizio la convenuta, chiedendo il rigetto delle domande. Sosteneva di essere venuta a conoscenza del giudizio soltanto con la notifica dell’istanza di fissazione dell’udienza. Precisava di avere concluso con i futuri soci fra il 22.2.2002 ed il 25.3.2002 degli accordi, volti ad avviare in comune un progetto di asilo nido, previa acquisizione dei locali e, in seguito, costituzione di una società; che le parti avevano conferito la complessiva somma di £ 390.000.000, e non di £ 400.000.000; che solo per l’ur­genza di aprire la struttura entro settembre 2002 si era con­venuto fra tutte le parti, ivi comprese la società locatrice e la Nuova Infanzia s.a.s., di considerare quale iniziale conduttrice quest’ultima, ma con l’intesa che la ristrutturazione del locale, l’acquisto di quanto necessario ed i pagamento dei canoni fossero posti a disposizione dai soci dell’attrice; che, quindi, per tale motivo il 22.3.2002 era stato concluso il contratto di locazione tra la Macom s.r.l. e la interposta Nuova Infanzia s.a.s., con la conseguenza che alla seconda avevano dovuto essere intestati anche i contratti per la ristrutturazione con l’immobile, in particolare con la Mearelli Appalti s.r.l.; che soltanto dopo la conclusione del contratto di locazione, in data 4.4.2002 era stata costituita la società attrice; che il 19.6.2003 era stato sottoscritto il nuovo contratto di locazione tra le stesse parti; che, insorte controversie fra tutte le parti, esse venivano transatte il 2.12.2004, con la conclusione di un separato contratto di locazione tra la Macom s.r.l. e la Anghingò s.r.l.

Allegava, infine, di avere correttamente operato il passaggio delle consegne, mediante tutti i libri e la documentazione sociale.

In data 14.12.2005 il Presidente della III sezione designava il giudice relatore, che, con decreto del 3 gennaio 2006, fissava l’udienza di discussione innanzi al Collegio, il quale, in data 18.4.2007, tratteneva la causa in decisione, previa conferma del decreto di cui all’art. 12 d. lgs. n. 5/2003.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. La tardiva costituzione della convenuta.

La convenuta si è costituita dopo la notifica della istanza di fissazione dell’udienza, semplicemente allegando di non avere ritirato la citazione, regolarmente notificatale ai sensi dell’art. 140 c.p.c.

Dunque, la convenuta nessuna istanza ha proposto di rimessione in termini, ai sensi dell’art. 184-bis c.p.c., onde la sua produzione deve ritenersi tardiva.

Occorre, pertanto decidere le domande proposte, sulla base della loro concludenza (art. 13, 2° comma, d. lgs. n. 5/2003).

2. La domanda di rendiconto.

L’attrice, dopo avere sempre qualificato il danaro versato dai soci in società come “conferimento” e comunque avere precisato essersi trattato di somme da essi anticipate alla società per il raggiungimento dello scopo sociale, ha proposto domanda di “rendiconto” circa l’utilizzo, da parte dell’A.U., di tali somme.

Già con il decreto di cui all’art. 12 d. lgs. n. 5/2003, il G.D. ha osservato come la domanda attorea di “rendiconto” da parte della convenuta è infondata, ove collegata alla qualità di A.U. di s.r.l., dalla convenuta stessa rivestito, dato che l’organo gestorio di società di capitali non è tenuto al rendiconto per il denaro sociale, dallo stesso amministrato, ma alla redazione dei bilanci; mentre, qualora tale domanda fosse relativa ad un diverso rapporto intercorso fra l’attrice e la convenuta, distinto da quello di amministrazione, l’attrice aveva l’onere di chiarire il punto specifico, precisando di quale rapporto si tratti. Pertanto, è stata ritenuta l’inapplicabilità degli art. 263 ss. c.p.c., né è stata quindi ordinata alla convenuta la presentazione del conto.

Nella comparsa conclusionale depositata prima del­l’udien­za collegiale, tuttavia, come pure all’udienza collegiale stessa, nulla l’attrice ha chiarito con riguardo a tale pretesa.

Deve, in definitiva, ritenersi che le somme versate alla società dai soci fossero finanziamenti, oppure versamenti a fondo perduto: in entrambi i casi, l’amministratore è tenuto all’obbligo di redazione delle scritture contabili e del bilancio, non al rendiconto in favore dei singoli soci.

La redazione del rendiconto, infatti, costituisce preciso obbligo del mandatario, dell’associante nell’associazione in partecipazione, ecc., ossia di soggetti, per legge obbligati alla presentazione del conto al fine di ottenere il pagamento del saldo di gestione: quindi, il mandatario è tenuto in tal modo a fornire gli elementi utili per la valutazione del suo operato, in relazione ai fini perseguiti dal mandante, ai risultati raggiunti ed ai criteri di buona amministrazione e di condotta prescritti dagli art. 1710-1716 c.c. (Cass. 9.2.2004, n. 2428).

Il procedimento di cui agli art. 263 ss. c.p.c., quindi, è finalizzato a regolare le modalità di richiesta e presentazione del rendiconto e del pagamento del saldo.

Ma l’applicazione delle menzionate norme presuppone la sussistenza di un obbligo di tal fatta, obbligo che l’attrice non soltanto non ha dimostrato, ma nemmeno si è curata di dedurre.

Al contrario, nelle società di capitali fra società ed amministratore (cfr. art. 2392, 1° comma, c.c.) si instaura uno speciale rapporto, da cui nascono svariati obblighi, generali e specifici, a carico dell’amministratore; ne deriva, quindi, la responsabilità solidale degli amministratori verso la società per la violazione dei doveri “doveri ad essi imposti dalla legge e dall’atto costitutivo per l’amministrazione della società”, come dispone il nuovo art. 2476 c.c. Tale norma, per la verità, ha eliminando il riferimento alla diligenza del mandatario, di cui all’art. 2392 c.c. nel testo anteriore alla riforma: ma rimane la necessità di valutare la diligenza tipica richiesta al buon gestore di società di capitali, il quale amministra un’impresa altrui.

Fra gli obblighi primari dell’amministratore di società di capitali si pone quello di redazione del bilancio: nel caso di specie, però, tale addebito non è stato formulato nei confronti della convenuta.

Dunque, la domanda di rendiconto va respinta.

3. La domanda di risarcimento del danno.

L’art. 2476 c.c. prevede che la responsabilità non si estenda agli amministratori “che dimostrino di essere esenti da colpa”, con esplicita menzione dell’inversione dell’one­re della prova (già contenuta nell’art. 1218 c.c.).

In generale, va osservato come sugli amministratori di società di capitali gravino sia l’obbligazione generica di agire nell’espletamento dell’incarico con la diligenza tipica della funzione svolta, come richiedono gli art. 1176, 2392, 2476 c.c. (cfr. Cass. 24.8.2004, n. 16707), sia le obbligazioni previste da specifiche disposizioni di legge e di statuto, quali ad esempio gli art. 2390, 2391, 2446-2447, etc. c.c., nonché quelle contenute in leggi speciali, quali gli obblighi tributari, infortunistici ed altri; nell’ambito del rapporto di amministrazione, poi, vigono le disposizioni generali degli art. 1175 e 1375 c.c.

Il portato innovativo dell’art. 2476 c.c. sta soprattutto nell’avere introdotto l’azione sociale di responsabilità da parte di ciascun socio. Circa la natura giuridica dell’azione di responsabilità promossa dalle minoranze va escluso che si tratti di azione surrogatoria, perché il socio non è qualificabile come creditore della società, né va verificata l’iner­zia dell’assemblea. Si tratta, invece, di un’azione autonoma, esercitata dal socio in nome proprio e nell’interesse della società: è data una legittimazione concorrente e disgiuntiva alla società ed ai soci in ordine alla stessa azione.

La domanda di merito di cui all’art. 2476, 3° comma, c.c., dunque, è volta a reintegrare il patrimonio sociale, e la condanna seguirà in favore della società, non di ciascun socio pro quota.

Non è stato previsto, invece, nella norma espressamente l’esercizio dell’azione sociale da parte della società: ma essa non può dirsi esclusa, essendo applicazione dell’art. 1218 c.c.

Invero, poiché è la società il soggetto titolare del diritto soggettivo al risarcimento del danno, che ciascun socio di s.r.l. è altresì legittimato a tutelare con l’azione in questione, esercitata in nome proprio ma nell’interesse della società stessa, non può negarsi la sussistenza dell’azione sociale da parte del titolare diretto della situazione soggettiva, così come essa permane nelle s.p.a., quotate e no.

L’autonoma disposizione di cui all’art. 2476 c.c. – necessaria nel quadro di una disciplina delle s.r.l. non più ancillare a quella delle s.p.a., voluta dal legislatore della riforma – vale, peraltro, ad escludere l’applicazione di altre disposizioni, esse, sì, tipiche ormai delle sole società per azioni (e di quegli altri tipi la cui disciplina tuttora si fonda sulla tecnica del rinvio): così, non è più da ritenere necessaria la deliberazione assembleare di esercizio dell’azione di responsabilità (salvo che, naturalmente, essa in fatto ben può essere assunta), costituente per l’art. 2393, 1° comma, c.c. il presupposto processuale incidente sulla legittimazione del rappresentante della società (Cass. 26.8.2004, n. 16999, espressamente riferente il requisito alle s.r.l. prima della riforma); di conseguenza, non è più prevista la decadenza automatica degli amministratori in caso di deliberazione assunta con la percentuale del capitale sociale di cui all’art. 2393, 4° comma, c.c. Tale ultima conclusione va accolta, si noti, pur qualora la deliberazione assembleare di esercizio dell’azione, come si è detto non vietata, sia stata comunque assunta: infatti, nessuna applicazione analogica dell’attuale art. 2393, 4° comma, c.c. sarebbe ammissibile, perché non vi è una lacuna da riempire con l’interpretazione (art. 12, 2° comma, disp. prel. c.c.), avendo al contrario il legislatore mancato di introdurre la decadenza automatica in questione. Nessun argomento in tal senso può invece essere tratto dal nuovo art. 2479 c.c., per il fatto che esso non preveda, fra le competenze rimesse alla decisione dei soci, quella della revoca degli amministratori: sia perché, nonostante l’omissione, non si vede a quale altro organo potrebbe appartenere il potere di revoca (non certo agli amministratori stessi), e sia in quanto l’art. 2393, 3° (ora 4°) comma c.c. non prevede una revoca, ma una decadenza automatica dell’organo gestorio, come dottrina assai autorevole non ha mancato di precisare, già cinquant’anni fa.

La società, dunque, ha una legittimazione concorrente con ciascun socio per l’esercizio dell’azione di responsabilità, volta a reintegrare il patrimonio della società dal pregiudizio ad esso cagionato dalla condotta inadempiente degli amministratori. La condanna, quindi, in ogni caso sarà richiesta a favore della società.

La prova dell’elemento oggettivo grava sulla società e quella dell’elemento soggettivo è regolata, per le s.r.l., dall’art. 2476, 1° comma, c.c., che, conformemente all’art. 1218 c.c., inverte l’onere probatorio, ponendolo a carico del debitore inadempiente.

Orbene, nel caso di specie la domanda di risarcimento del danno è fondata, nei limiti di seguito esposti.

Gli inadempimenti specifici, nell’assunto dell’attrice imputabili alla convenuta, concernono l’avere essa compiuto una serie di operazioni contrarie all’interesse sociale e nel perseguimento, invece, di un suo interesse personale, con danno alla società, violando i doveri propri di gestione corretta e diligente della carica, imposti dagli art. 1175 e 2476, 1° comma, c.c.: solo per errore, infatti, l’attrice ha invece richiamato l’art. 2393 c.c.

In particolare, la società, nel proprio atto di citazione, ha lamentato i seguenti inadempimenti, distintamente esaminati.

Illegittimo procurato rimborso i.v.a. in favore di altra società.

La Anghingò s.r.l. è stata costituita il 4.4.2002 fra i soci Riso, Signori, Ialongo Silvia ed Elisabetta, Papi, Delle Grotti, Crisari, Antico, con il capitale sociale di € 10.000,00.

È, dunque, palese che le somme versate dai soci alla società, oltre tale importo, non costituiscono conferimento, ma versamenti a fondo perduto o finanziamenti (i dati in atti non consentono di operarne la qualificazione).

In data 24.2.2003, la Riso ha cessato di ricoprire la carica gestoria, e, dunque, il bilancio al 31.12.2002 è stato redatto dalla nuova amministratrice, Valentina Delli Grotti (doc. 4 fasc. attrice).

L’attrice deduce che la convenuta, violando di propri doveri, abbia concluso il contratto di locazione dei locali in data 27.5.2002 non a nome della Anghingò s.r.l., ma a nome della Nuova Infanzia s.a.s. di Amalia Riso & C., di cui la convenuta è socia accomandataria, e che il contratto, contrariamente alle promesse della convenuta, sia stato volturato a nome dell’attrice soltanto a maggio 2004; pertanto, l’i.v.a. anche delle spese di ristrutturazione sarebbe stata recuperata dalla Nuova Infanzia, non dalla Anghingò, sebbene questa abbia subito gli esborsi.

Lamenta, infatti, l’attrice come forniture per la società, e pagate con il danaro sociale, siano state fatturate alla predetta società della Riso, fra cui gli interventi di ristrutturazione ed i canoni di locazione versati alla locatrice (l’im­por­to dell’i.v.a., di cui l’attrice ha chiesto il rimborso, è stato precisato, nell’istanza di fissazione dell’udienza, in € 41.316,56).

Dai documenti in atti, emerge come poco credibile la tesi attorea circa l’avere i soci ignorato che il contratto di locazione, così come i successivi rapporti di vendita e di appalto resi necessari dalla esigenza di ristrutturare il locale, veniva concluso con altra società.

Vi sono, invero, elementi per ritenere il contrario: in particolare, l’attrice ha prodotto le scritture private, di identico contenuto, concluse fra ciascuno dei soci e la convenuta nei mesi di febbraio e marzo 2002, recanti tutte come oggetto l’“acquisizione dei locali siti in Via Appia Nuova 889” (doc. 10), nelle quali, riconosciuta la competenza specifica della Riso nel settore, si attesta la ricevuta del versamento operato da ciascun socio.

Parimenti, destituita di fondamento è la censura, secondo cui, dopo la conclusione del contratto di locazione con la Anghingò dal 1°.5.2004, la società si era dovuta far carico anche della morosità pregressa per € 36.400,00: ed invero, è certo che l’immobile sia stato sempre utilizzato per i fini dell’attrice stessa.

Non può dirsi, dunque, affatto provato l’inadempimento ai doveri gestori, per avere la convenuta concluso il contratto con altra società e per avere essa pagato i relativi canoni con il denaro della Anghingò s.r.l.: ma resta il fatto che la convenuta avrebbe comunque dovuto, nell’esple­tamento in buona fede dell’incarico, riversare il vantaggio acquisito a terzi in favore dell’attrice.

Invero, se, da un lato, l’utilizzo dell’immobile è sempre avvenuto per i fini sociali propri dell’attrice, che ivi ha svolto la propria attività di asilo nido e ludoteca e se, parimenti, la conclusione del contratto di locazione con altra società, la Nuova Infanzia s.a.s. di Riso Amalia & C., risulta essere stata concordata fra tutti i soci della Anghingò s.r.l., tuttavia la convenuta non ha adempiuto con correttezza ai propri compiti, posto che, in tal modo, la società veniva ingiustificatamente depauperata dei rimborsi dell’i.v.a., sia pure pagata sulle fatture passive saldate.

Il totale dell’i.v.a. non rimborsata emerge dagli atti (docc. 5, 12, 13). Dunque, sulla base di tale elemento, ai sensi dell’art. 1226 c.c. la convenuta va condannata al risarcimento del danno, liquidato, ai valori attuali e già comprensivo di un importo per il lucro cessante, in € 46.000,00.

b) Costi d’impresa dedotti dalla Nuova Infanzia s.a.s. e non dall’attrice.

In conseguenza della esposta situazione di fatto, l’attrice lamenta di non aver potuto detrarre i costi d’impresa sostenuti.

Ma l’allegazione è rimasta generica e priva di qualsiasi prova, onde sul punto la domanda va respinta.

4. Spese.

Le spese di lite seguono la soccombenza della convenuta verso la società e sono liquidate d’ufficio in assenza di notula.

P.Q.M.

Il Tribunale, definendo il giudizio, ogni altra domanda, istanza, deduzione ed eccezione disattesa, così provvede:

condanna RISO AMALIA al risarcimento del danno in favore della ANGHINGÒ S.R.L., liquidato in € 46.000,00;

condanna RISO AMALIA al rimborso delle spese di lite in favore della ANGHINGÒ S.R.L., liquidate in € 500,00 per spese, € 1.300,00 per diritti ed € 3000,00 per onorari.

Così deciso in Roma, in camera di consiglio, il 27.4.2007.

IL GIUDICE EST. (Loredana Nazzicone)
IL PRESIDENTE (Ciro Monsurrò)

 

(1) L’azione di responsabilità contro gli amministratori di società a responsabilità limitata: natura giuridica e legittimazione processuale

 

PAROLE CHIAVE: societą a responsabilitą limitata - amministratori - societą

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COMMENTO

Sommario:

1. Il caso - 2. La normativa di riferimento - 3. La disciplina previgente - 4. L'attuale normativa sulla responsabilitą degli amministratori e sull'azione espe­ribile contro di essi - 5. I precedenti dottrinali e giurisprudenziali sulla natura giuridica dell'azione e sulla legittimazione attiva della societą - 6. La sentenza del Tribunale di Roma, Sez. III, 21 maggio 2007, n. 10199 - NOTE


1. Il caso

Con la sentenza in epigrafe, il Tribunale di Roma – Sezione III – ha condannato l’amministratore di una società a responsabilità limitata al risarcimento dei danni cagionati dall’inosservanza degli obblighi ad esso imposti dalla legge. In particolare, la s.r.l. attrice lamentava che l’am­ministratore, nel contempo socio accomandatario di una società in accomandita semplice, avesse concluso il contratto di locazione dei locali sociali, non già a nome della s.r.l., ma a nome della predetta s.a.s. e che, contrariamente a quanto pattuito con gli altri soci, avesse volturato tale contratto a nome della s.r.l. con ingiustificato ritardo rispetto a quanto pattuito con gli altri soci. Tali circostanze, secondo quanto dedotto dalla parte attrice nell’atto di citazione, avrebbero cagionato un ingente danno patrimoniale alla società, la quale non avrebbe potuto dedurre fiscalmente i costi sostenuti per l’esercizio di fatto della propria attività, in particolare impedendole di scontare l’i.v.a. su alcune fatture pagate dalla s.r.l. per servizi e forniture ricevuti.

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2. La normativa di riferimento

A fondamento delle statuizioni della pronuncia in commento, il Tribunale di Roma ha richiamato l’art. 2476 c.c., come modificato dal d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, di riforma del diritto societario. Il decreto di riforma, al fine di affrancare la società a responsabilità limitata dal suo tradizionale ruolo di «sorella minore» della s.p.a., ne ha profondamente innovato la struttura, predisponendo una disciplina più aderente alle rinnovate esigenze del settore delle piccole e medie imprese. L’attività riformatrice del legislatore del 2003 ha interessato anche l’architettura dell’azione di responsabilità promossa contro gli amministratori di s.r.l., che si presenta oggi più coerente alle peculiarità di tale tipo societario ed al più accentuato carattere contrattuale attribuito ai rapporti sociali.

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3. La disciplina previgente

Con riguardo alla disciplina della responsabilità degli amministratori di s.r.l., il previgente art. 2487, 2° comma, c.c., prevendo la diretta applicazione alle s.r.l. delle disposizioni dettate per le società azionarie dall’art. 2392 c.c., estendeva anche agli amministratori di s.r.l. l’obbligo di «adempiere i doveri ad essi imposti dalla legge e dall’atto costitutivo con la diligenza del mandatario», nonché la responsabilità solidale verso la società per i danni derivanti dal­l’inos­servanza di tali doveri; inoltre, sempre per relationem rispetto a quanto stabilito dall’art. 2932, 3° comma, c.c. si applicava alle s.r.l. il principio in virtù del quale la responsabilità per gli atti o le omissioni degli amministratori non si estende a quello tra essi che, essendo immune da colpa, avesse fatto constare del proprio dissenso. La predetta disciplina, pertanto, attribuiva agli am­ministratori una forma di responsabilità contrattuale, solidale e per colpa e imponeva all’organo gestorio di agire con la diligenza del mandatario, ossia con la diligenza del buon padre di famiglia prevista dal­l’art. 1710 c.c. per l’adempimento delle obbligazioni. Il richiamo alla diligenza del buon padre di famiglia aveva inizialmente indotto dottrina e giurisprudenza ad escludere che agli amministratori di società di capitali potesse [continua ..]

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4. L'attuale normativa sulla responsabilitą degli amministratori e sull'azione espe­ribile contro di essi

Il modello di responsabilità gestoria così delineato, evidentemente più adatto alle peculiarità delle società azionarie che a quelle della società a responsabilità limitata, ha indotto il legislatore del 2003 a riscriverne integralmente la disciplina. Come si legge nella Relazione di accompagnamento al decreto di riforma, l’intento del legislatore, da un lato, era quello di offrire agli operatori economici uno strumento caratterizzato da una significativa ed accentuata elasticità e fondato su una maggiore considerazione delle persone dei soci e dei loro rapporti personali e, dall’altro, di soddisfare le esigenze del settore delle piccole e medie imprese, attraverso la predisposizione di due distinti modelli societari. Con riferimento al primo aspetto, pertanto, la novella riconosce oggi alle s.r.l. una più ampia autonomia statutaria (che le rende, per taluni aspetti, più simili al modello della società di persone che a quello delle società azionarie), predisponendo altresì un organico complesso di norme, modellato sul principio della rilevanza centrale dei soci e dei loro rapporti contrattuali. Con riguardo all’intenzione di rendere autonome le discipline dei due principali modelli societari, la novella abbandona la tradizionale tecnica del rinvio alle norme di s.p.a. e detta per le s.r.l. specifiche disposizioni espressamente modulate sulle [continua ..]

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5. I precedenti dottrinali e giurisprudenziali sulla natura giuridica dell'azione e sulla legittimazione attiva della societą

La riformulazione dell’art. 2476 c.c. – laddove, nel dato positivo, attribuisce la legittimazione alla proposizione dell’azione esclusivamente a ciascun socio – ha aperto numerose questioni interpretative in merito all’individuazione della natura giuridica del­l’azio­ne di responsabilità degli amministratori di s.r.l. e, conseguentemente, alla residua possibilità per la società di proporre tale azione. Le risultanze ermeneutiche elaborate in proposito ricalcano, per molti versi, gli orientamenti formulati in merito alla qualificazione dell’azione delle minoranze prevista dall’art. 129 t.u.f. e, pertanto, le posizioni emerse in quella occasione possono essere utilizzate anche per l’azione individuale promossa dal socio di s.r.l. A parte l’autorevole ma isolata opinione di chi ha sostenuto che l’azione prevista dall’art. 129 t.u.f. rappresenterebbe una «singolare ipotesi di gestione d’af­fari processuale» [24], dottrina e giurisprudenza si dividono prevalentemente tra due ipotesi ricostruttive. Parte della dottrina, infatti, ha ritenuto che l’azione in parola, in quanto volta a reintegrare il patrimonio sociale, avrebbe natura surrogatoria, pur riconoscendo l’impossibilità di un suo puntuale inquadramento nell’ambito dell’art. 2900 c.c. [25]. L’accoglimento di tale lettura comporterebbe [continua ..]

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6. La sentenza del Tribunale di Roma, Sez. III, 21 maggio 2007, n. 10199

Con la sentenza in epigrafe, il Tribunale di Roma analizza il contenuto del novellato art. 2476 c.c. e prende posizione sulle questioni interpretative elaborate da dottrina e giurisprudenza in merito agli elementi caratterizzanti dalla nuova disciplina del­l’azio­ne di responsabilità dell’organo gestorio delle s.r.l. Nel decidere sulla domanda attorea di risarcimento del danno, i giudici romani affrontano preliminarmente il problema della qualificazione giuridica del­l’azione de qua e, ritenendo che il portato innovativo dell’art. 2476 c.c. consti proprio nell’aver introdotto l’azione sociale di responsabilità da parte di ciascun socio, si inseriscono nel richiamato orientamento maggioritario che ne esclude la natura surrogatoria. Portando a fondamento di tale convincimento l’im­possibilità di qualificare il socio come creditore della società e prendendo atto che l’esercizio del­l’azio­ne di responsabilità non presuppone la preventiva verifica dell’inerzia dell’assemblea, il Tribunale – muovendo dalla rinnovata veste contrattuale attribuita alle s.r.l. dal legislatore della riforma – sostiene l’indubbia natura autonoma dell’azione in parola, esercitata dal socio in nome proprio e nell’interesse della società. L’asserita natura sociale dell’azione [continua ..]

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NOTE

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