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Osservatorio sulla giurisprudenza del Tribunale di Roma

Ignazio Cerasa, Marco Mercuri, Emanuele Stabile, Antonio Trillò

TRIBUNALE DI ROMA, 21 luglio 2020 (decr.) – Di Salvo, Presidente – Scerrato, Giudice – Romano, Estensore
R.G. 3647/2020

(Art. 2409 c.c.)

(Art. 2409 c.c.)

La nuova formulazione dell’art. 2409 c.c. fa riferimento all’esistenza del fondato sospetto di «gravi irregolarità nella gestione». Non rileva qualsiasi violazione di doveri gravanti sull’organo amministrativo, ma soltanto dei doveri idonei a compromettere il corretto esercizio dell’attività di gestione dell’impresa e a determinare pericolo di danno per la società amministrata o per le società controllate. È esclusa qualsiasi rilevanza dei doveri gravanti sugli amministratori per finalità organizzative, amministrative, di corretto esercizio della vita della compagine sociale e di esercizio dei diritti dei soci e dei terzi estranei, con conseguente irrilevanza dell’eventuale danno loro arrecato.

Le gravi irregolarità devono essere attuali, non esaurite né improduttive di possibili ulteriori effetti nocivi, e idonee a causare alla società un danno, inteso quale mero pericolo di danno futuro, purché patrimonialmente rilevante.

Sono ininfluenti le censure attinenti al merito – opportunità o convenienza – delle scelte gestionali. Fanno eccezione le scelte palesemente irragionevoli o negligenti, per essere il controllo dell’Autorità Giudiziaria di legalità e di regolarità della gestione, e quelle compiute dagli amministratori in conflitto di interessi, in violazione dell’obbligo di fedeltà (cd. duty of loyalty) ed in pregiudizio della società, ma conformi all’interesse del socio di maggioranza, purché concorra la potenzialità del danno per la società.

Alla luce dell’opzione legislativa per l’atipicità delle irregolarità, il requisito della gravità postula fatti e deficienze non altrimenti eliminabili, concretanti violazioni di legge e, segnatamente, delle norme civili, penali, amministrative e tributarie o dello statuto, e delle regole generali di gestione diligente nell’interesse sociale e in assenza di conflitti di interesse, che si sostanzino in fatti specificamente determinati e ascrivibili agli amministratori. Non rilevano né il tipo di norma violata né lo stato soggettivo (dolo o colpa) di amministratori e sindaci. A tal fine, pur non potendosi il giudizio del tribunale basare su mere supposizioni e/o su indimostrati rilevi critici, è sufficiente la sussistenza di elementi di sicuro affidamento che, pur non assurgendo al livello di prova piena, abbiano tuttavia riscontri obiettivi che vanno al di là del mero sospetto.

La denunzia al tribunale non può qualificarsi rimedio di «ultima istanza», sotto il duplice profilo che, ai fini della possibilità di ricorrervi, sarebbe necessario preliminarmente avere esperito ogni altro rimedio concesso dall’ordinamento e, altresì, che le gravi irregolarità oggetto di denunzia debbano essere, sotto il profilo ontologico, diverse dai fatti che hanno dato origine (o che possono dare origine) all’attivazione degli altri strumenti rimediali. Al contrario, l’autonomia del procedimento di cui all’art. 2409 c.c. rispetto agli altri strumenti di tutela, endosocietari o giudiziari, previsti dalla legge contro le irregolarità compiute dall’organo gestorio discende direttamente dalla sua stessa natura volta a garantire l’interesse generale alla corretta amministrazione della società.

Alla luce della diversa «natura» e della diversa finalità dei rimedi, il tema del rapporto tra denuncia ex art. 2409 c.c. e l’impugnazione delle delibere societarie va risolto in termini di «concorrenza», e non di reciproca esclusione. (at)

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TRIBUNALE DI ROMA, 31 luglio 2020 – Di Salvo, Presidente
– Cardinali, Giudice – Romano, Relatore
R.G. VG 17902/2019

(Art. 2506, commi 1 e 2, c.c.)

(Art. 2473 c.c.)

Il conguaglio trasforma in una somma di denaro il diritto dei soci ad avere beni in natura; e tale operazione, ritenuta lecita dal legislatore nell’ipotesi in cui il conguaglio sia contenuto nei limiti del 10% del valore nominale delle quote, non sembra legittima qualora l’entità del conguaglio ecceda il limite di legge e sempre che non vi sia il consenso unanime di tutti i soci.

Il meccanismo secondo il quale, in caso di deliberazione non unanime, la scissione non operi nei confronti dei soci che hanno votato in senso contrario all’approvazione con attribuzione agli stessi di quote proporzionali in tutte le società di nuova costituzione, implica una sorta di «scissione obbligatoria» con lesione del diritto di recesso del socio. Infatti, ai sensi dell’art. 2473 c.c., il socio, ove non consenta alla deliberazione di scissione, ha «in ogni caso» diritto di recedere dalla società. Si tratta, come è noto, di una ipotesi di recesso che non può essere eliminata né dallo statuto di una società a responsabilità limitata né dalla deliberazione di scissione. Il diritto di recesso non può essere surrogato, per volontà degli altri soci (e, dunque, della maggioranza), con forme di attribuzioni patrimoniali diverse. (es)

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TRIBUNALE DI ROMA, (Sezione specializzata in materia di impresa),
3 settembre 2020 – Di Salvo, Presidente – Cardinali, Giudice – Romano, Relatore
R.G. 49052/2018

(Artt. 2466, 2466, comma 5°, 2464, comma 4°, 2464, comma 6° c.c.)

In tema di società a responsabilità limitata la fattispecie normativa della mancata e­secuzione dei conferimenti, di cui all’art. 2466 c.c., è applicabile, anche, alle ipotesi di conferimenti d’opera e, precisamente, all’inadempimento delle obbligazioni d’opera as­sunte ovvero alla inefficacia delle polizze prestate ai sensi dell’art. 2464, 6° comma, c.c.

Infatti non potrebbe trovare applicazione la tesi che, muovendo dall’assunto per cui l’esecuzione del conferimento avverrebbe con la sola assunzione della corrispondente obbligazione e non con l’adempimento, indicherebbe che il 5°comma dell’art. 2466 c.c. sarebbe rivolto solo alla inefficacia delle garanzie sostitutive del conferimento in denaro (art. 2464, comma 4°, c.c.), e non anche alla inefficacia delle garanzie del socio d’opera (art. 2464, comma 6°, c.c.).

Pertanto ne consegue, necessariamente, che la disciplina dell’art. 2466 c.c. deve applicarsi ad ogni tipo di conferimento, incluso quello d’opera, e ciò, in primo luogo, sia in quanto la ratio sottesa alla stessa norma consiste nella tutela dell’integrità e dell’effettività del capitale sociale – nei confronti della società e verso i terzi che fanno affidamento sullo stesso nei rapporti con la società medesima – sia, in secondo luogo, sulla circostanza che la mera assunzione dell’obbligazione da parte del socio non è sufficiente ai fini dell’esecuzione del conferimento (diversamente, si aprirebbe la strada ad un totale «annacquamento» del capitale sociale), essendo, invece, necessari sia lo svolgimento, fino al termine previsto, dell’attività promessa sia, sotto altro profilo, la prestazione della garanzia e la sua costante operatività. (mm)

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TRIBUNALE DI ROMA, (Sezione specializzata in materia di impresa),
10 settembre 2020 – Di Salvo, Presidente – Cardinali, Giudice – Romano, Relatore
R.G. 20946/2018

(Art. 2475-bis c.c.)

Nella società a responsabilità limitata il potere di rappresentanza non deriva da un’investitura ad hoc ma è attribuito a tutti gli amministratori, senza distinzioni, trovando la propria fonte nella legge e connotandosi come una qualità legale intrinseca dell’ufficio di amministratore. Di conseguenza ciascun amministratore ha il potere di vincolare da solo la società indipendentemente dal regime di amministrazione prescelto.

In questa prospettiva, si afferma che, se il potere rappresentativo discende direttamente dalla legge, la dissociazione dei poteri che si genera con l’attribuzione della rappresentanza solo ad alcuni amministratori costituisce una scelta organizzativa interna, frutto del potere dispositivo dei soci e, dunque, una limitazione che deriva dall’atto costitutivo o dall’atto di nomina, soggetta al regime previsto dall’art. 2475-bis, secondo comma c.c., per cui le limitazioni statutarie – a differenza delle limitazioni legali – dei poteri rappresentativi degli amministratori (nel caso di specie, dei singoli amministratori) non si riverberano in maniera automatica sul contratto sottoscritto dagli amministratori con i terzi, non essendo – salvo che si provi che i terzi abbiano agito intenzionalmente a danno della società – ad essi opponibili.

In altre parole, il rilievo e la violazione dei limiti al potere rappresentativo, vincolando sempre la società nei rapporti coi terzi e, non traducendosi in una ragione di invalidità o di inefficacia del negozio stipulato dall’amministratore, si esaurisce solo sul piano dei rapporti interni alla società, giustificando la revoca dell’amministratore dall’incarico gestorio ovvero la proposizione di un’azione di responsabilità nei suoi confronti ovvero ancora, qualora nella società sia presente il collegio sindacale, la denunzia ex art. 2408 c.c. (mm)

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TRIBUNALE DI ROMA, 30 ottobre 2020 – Romano, Giudice Designato
R.G. 53332-1/2019

(Art. 1355 c.c.)

(Art. 1355 c.c.)

Le clausole earn-out sono volte a parametrare il corrispettivo per la cessione di partecipazioni sociali suddividendolo in una parte fissa ed una parte variabile prevedendosi il pagamento della parte variabile in un momento differito rispetto al trasferimento della proprietà della partecipazione e parametrato alle performance della società target. In particolare, le clausole di earn-out non costituiscono una garanzia prestata dal venditore sulla redditività dell’azienda sottostante alla partecipazione venduta, bensì una modalità di determinazione del prezzo. La necessità di tali clausole, nella pratica, è da individuarsi nella necessità di aggiornare i dati economico/patrimoniali sui quali il compratore ha basato la propria valorizzazione della partecipazione a quelli effettivi alla data del closing.

Non corrisponde al vero che il funzionamento in concreto del meccanismo di integrazione del prezzo dipende dallo stesso acquirente così che possa ritenersi violato il disposto di cui all’art. 1355 c.c. giacché la predisposizione dei bilanci sulla cui base viene determinato il maggior prezzo da corrispondere ai cedenti spetta agli amministratori della società target. Né la circostanza che acquirente della partecipazione sociale ed organo (gestorio) che è chiamato a valutare l’esistenza dei presupposti di legge per l’integrazione del prezzo possano poi coincidere assume un qualche rilievo in quanto, da un lato, tale circostanza, essendo di mero fatto, non incide (né può incidere) sul piano della validità della clausola e, dall’altra, la coincidenza delle persone fisiche non esclude che l’attività del soggetto sia presidiata da regole di condotta. Laddove la clausola preveda l’integrazione del prezzo in misura pari ad una frazione «dell’eventuale attivo risultante dal bilancio finale di liquidazione», sono certamente determinati i criteri di determinazione dell’integrazione del prezzo e i criteri che presidieranno alla fase di liquidazione della società medesima sono individuati direttamente dalla legge. Né può assumere rilievo la circostanza che i cedenti non partecipino alla fase di liquidazione in quanto detta fase dovrà essere gestita secondo i principi legali e le parti del contratto potevano individuare modalità di controllo “esterno”. (es)

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TRIBUNALE DI ROMA, 10 novembre 2020 (decr.) – Di Salvo, Presidente – Scerrato, Giudice – Romano, Estensore
R.G. 6631/2020

(Artt. 2189, 2191, 2192 c.c.; Art. 25 D.L. 18 ottobre 2012, n. 179)

La verifica della sussistenza dei requisiti legalmente previsti per l’iscrizione e la permanenza delle società interessate nella sezione speciale del registro imprese – e l’accesso alla connessa disciplina incentivante – è attuata mediante autocertificazione periodica del legale rappresentante della società. Ai fini della cancellazione dalla sezione speciale del registro imprese, la mancata dichiarazione del legale rappresentante di permanenza dei requisiti è equiparata alla perdita dei requisiti stessi, quale unico strumento di verifica previsto dalla legge.

L’Ufficio del registro delle imprese non può rifiutare il deposito della dichiarazione attestante il mantenimento dei requisiti di start-up innovativa o incubatore certificato non avvenuta con comunicazione separata, bensì nell’ambito della domanda di deposito del bilancio.

La normativa speciale disciplina l’ipotesi di mancato deposito della dichiarazione da parte del legale rappresentante della società, ma non reca alcuna previsione in ordine ai requisiti di forma che detta dichiarazione deve assumere. Né la circostanza che particolari modalità – quali, appunto, una domanda separata da altra – siano previste in circolari ministeriali o in linee guida può assumere rilievo, poiché una corretta interpretazione della normativa in argomento porta necessariamente a ritenere che il deposito possa intervenire contestualmente ad altre istanze di iscrizioni di atti afferenti alla vita della società. (at)