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Osservatorio sulla giurisprudenza del Tribunale di Roma

Ignazio Cerasa, Marco Mercuri, Emanuele Stabile, Antonio Trillò

TRIBUNALE DI ROMA, 20 gennaio 2020 (ord.) Bernardo, Giudice Designato

R.G. 45215/2019

(Artt. 2261, 2352, 2471 bis, 2476, comma 2, c.c.)

In caso di pignoramento delle quote di partecipazione sociale l’esercizio dei diritti amministrativi connessi alla quota diversi dal voto – tra cui il diritto di ispezione dei libri sociali – spetta in via concorrente al socio ed al creditore pignoratizio. La “dissociazione” tra titolarità della partecipazione sociale con i connessi diritti e legittimazione al loro esercizio, prevista all’art. 2352 c.c., ha carattere eccezionale, e trova applicazione solo nelle ipotesi specificamente previste dal legislatore.

Al socio debitore esecutato non è precluso l’esercizio dei peculiari diritti di controllo riconosciuti dall’art. 2476 c.c., e del potere di azione di cui al terzo comma della norma citata, poiché strumentali all’esigenza di preservare l’integrità del patrimonio sociale, coincidente con gli interessi del creditore pignorante e coerente con la funzione e gli effetti sostanziali del pignoramento. Il diritto, estraneo alla sfera delle forme di disposizione della partecipazione sociale, non è coinvolto nel vincolo instaurato mediante il pignoramento.

In analogia con quanto previsto dall’art. 2261 c.c. in tema di controllo sulla gestione di società di persone, nelle società a responsabilità limitata il diritto alla consultazione dei libri e documenti sociali è riconosciuto a qualunque socio non amministratore, indipendentemente dalla consistenza della partecipazione di cui sia titolare. Oggetto della consultazione sono tutti i documenti afferenti l’ammini­strazione della società, dal momento della costituzione, con la connessa facoltà di estrarre copia dei documenti esaminati a spese del richiedente.

Il diritto potestativo, strumentale all’esercizio del fondamentale potere di controllo, non tollera limitazioni. Eventuali sue restrizioni, in applicazione del principio di correttezza e buona fede, si legano a comportamenti del socio rivolti a fini diversi da quelli strettamente informativi, ostruzionistici, antisociali, di ingerenza o turbativa del­l’operato degli amministratori, o comunque connotati da abuso del diritto.

L’ingiustificato procrastinarsi della concreta ed effettiva possibilità di accesso alla documentazione sociale – od anche a parte di essa – integra, di per sé, il periculum in mora che fonda l’emissione del provvedimento cautelare, poiché il ritardo lede il diritto di controllo del socio sull’amministrazione della società e l’esercizio dei poteri connessi sia all’interno della società sia mediante eventuali iniziative giudiziarie. (at)

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TRIBUNALE DI ROMA, 24 marzo 2020 – Di Salvo, Presidente – Cardinali, Giudice – Romano, Relatore

R.G. 63564/2017

(Artt. 2506 quater c.c.; 184 R.D. 16 marzo 1942 n. 267)

(Artt. 2506 quater c.c.; 184 R.D. 16 marzo 1942 n. 267)

La previsione di cui all’art. 184, primo comma, primo periodo, l. fall. è destinata a prevalere sull’art. 2506-quater, terzo comma, c.c., quando l’operazione di scissione avvenga in esecuzione di un piano concordatario, e subordinatamente all’omo­logazione della relativa proposta. E questo perché l’interesse di uno o più singoli creditori, tutelato dall’art. 2506-quater, terzo comma, c.c., non può certamente prevalere sull’interesse della intera massa dei creditori né sullo stesso principio della par condicio creditorum, tutelati dall’art. 184, comma 1, primo periodo, l. fall. Tali ragioni inducono a concludere che il piano di concordato che preveda, per la sua attuazione, l’esecuzione di una operazione di scissione, possa legittimamente determinare quale delle società coinvolte nella scissione sia tenuta - in via esclusiva - a provvedere al soddisfacimento di una data classe di creditori. E va da sé che l’approvazione, da parte dei creditori, del piano concordatario renda quella determinazione «intangibile» con conseguente esclusione dell’applicazione, alla fattispecie, della regola ordinaria della responsabilità solidale di tutte le società coinvolte nell’operazione straordinaria.

A seguito della risoluzione del concordato, non si giustifichi più la mancata applicazione alla fattispecie della regola generale (e già ricordata come inderogabile) della solidarietà tra le società interessate dalla scissione di cui all’ul­timo comma dell’art. 2506-quater c.c. In altre parole, attesa l’impossi­bilità di intervenire sull’atto di scissione quale atto di riorganizzazione societaria (e, in particolare, sulla stessa costituzione della società beneficiaria), non resta che concludere che la risoluzione del concordato, una volta che la scissione abbia prodotto i suoi effetti, operi sul piano della immediata ed integrale esigibilità dei crediti vantati nei confronti della società prima ammessa al concordato e poi fallita, nei confronti di tutte le società risultanti dalla scissione e ciò con la precisazione che ciò avviene sia pure in concorso con gli altri crediti, di diversa origine e provenienza, insorti nei confronti di beneficiaria. In definitiva, l’ap­plicazione dell’art. 2506-quater, u.c. in tanto può essere esclusa in quanto il concordato nel cui ambito l’operazione di scissione è stata eseguita viene ad essere portato a termine: ove, invece, il concordato preventivo venga dichiarato risolto, tornano ad applicarsi le regole societarie ordinarie e, dunque, non potendo predicarsi una qualche forma di invalidazione dell’operazione di scissione e la conseguente «riunificazione» dei patrimoni oramai definitivamente assegnati alle singole beneficiarie, anche la responsabilità solidale delle società coinvolte nella scissione. (es)

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TRIBUNALE DI ROMA, 20 aprile 2020 – Romano, Giudice Designato

R.G. 66183-1/2019

(Art. 2476, comma 6, c.c.)

(Art. 2476, comma 8, c.c.)

L’azione di cui all’art. 2476, sesto comma, c.c. – in relazione alla quale si può richiamare l’interpretazione data, dalla giurisprudenza di legittimità, all’art. 2394 c.c. - costituisce conseguenza dell’inosservanza degli obblighi inerenti alla conservazione dell’integrità del patrimonio sociale, la cui natura extracontrattuale presuppone l’assenza di un preesistente vincolo obbligatorio tra le parti ed un comportamento dell’amministratore funzionale ad una diminuzione del patrimonio sociale di entità tale da rendere lo stesso inidoneo per difetto ad assolvere la sua funzione di garanzia generica (art. 2740 c.c.), con conseguente diritto del creditore sociale di ottenere, a titolo di risarcimento, l’equivalente della prestazione che la società non è più in grado di compiere.

La responsabilità del socio ex art. 2476, ottavo comma, c.c. non è sussumibile in quella dell’amministratore di fatto (essendo l’amministratore di fatto, che non necessariamente è anche socio della società, colui che chi si è ingerito sistematicamente e non occasionalmente nella gestione sociale), ai fini della applicazione della disciplina in argomento appare allora necessario prendere in considerazione tutte quelle manifestazioni di volontà espresse dai soci anche in forme non istituzionali e meramente ufficiose, ma tali in ogni caso da evidenziare l’ingerenza o anche l’influenza effettiva spiegata da costoro sugli amministratori. Nessun dubbio, poi, sussiste in ordine alla circostanza che la condotta del socio possa anche esplicarsi nel voto espresso nell’assemblea ovvero nel consenso manifestato alle decisioni assunte mediante consultazione scritta (art. 2479, terzo comma c.c.). L’avverbio “intenzionalmente” deve essere interpretato riferendo l’intenzionalità non al danno, ma all’atto compiuto, ossia alla condotta dannosa posta in essere dall’amministratore in concorso con il socio. In altre parole, nel disegno del legislatore, l’intenzionalità è costituita dalla piena coscienza di compiere quell’atto decisionale o autorizzatorio potenzialmente dannoso e, in definitiva, dalla riferibilità psicologica dell’atto al socio.(es)

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TRIBUNALE DI ROMA, 12 maggio 2020 – Di Salvo, Presidente – Cardinali, Giudice – Romano, Relatore

R.G. 66840/2016

(Artt. 2378, 2479, 2479 bis c.c.)

(Artt. 2377, comma 8, 2378 c.c.)

L’art. 2479 bis, comma 3, c.c., pur non riproponendo la distinzione tra assemblea ordinaria e straordinaria, distingue tra quorum costitutivo e quorum deliberativo.

Con riferimento al quorum costitutivo, l’assemblea è regolarmente costituita con la presenza di tanti soci che rappresentano almeno la metà del capitale sociale. Con riguardo al quorum deliberativo, l’assemblea delibera: 1) a maggioranza assoluta nella normalità dei casi; 2) con il voto favorevole dei soci che rappresentano almeno la metà del capitale sociale in caso di deliberazioni aventi ad oggetto modificazioni dell’atto costitutivo, il compimento di operazioni che comportino una sostanziale modificazione dell’oggetto sociale determinato nell’atto costitutivo, o una rilevante modificazione dei diritti dei soci (art. 2479, nn. 4 e 5, c.c.).

L’atto costitutivo – espressione dell’autonomia statutaria – può derogare sia in aumento sia in diminuzione alla disciplina legale dei quorum, sempre che non sia scardinata la regola maggioritaria.

L’art. 2377, comma 8, c.c., prevede che l’annullamento della deliberazione non può avere luogo se la deliberazione impugnata è sostituita con altra presa in conformità della legge e dell’atto costitutivo; in tal caso il giudice provvede sulle spese di lite, ponendole di norma a carico della società, e sul risarcimento del­l’eventuale danno.

La norma ha valenza sostanziale, poiché il nuovo intervento dell’assemblea prescinde dalla proposizione dell’impugnativa da parte di uno dei soggetti legittimati, e persegue lo scopo di prevenire la lite, stabilizzando gli effetti di una delibera invalida. I soci devono manifestare espressamente la volontà di sostituire, integralmente o parzialmente, la precedente delibera, anche se non vi deve essere necessariamente una esatta coincidenza tra il contenuto della delibera sostitutiva e quella sostituita.

L’esame dell’interprete si deve appuntare sull’effettivo contenuto della delibera sostitutiva e sulla volontà in essa espressa, a prescindere dalla qualificazione astratta attribuitale dai soci. (at)

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TRIBUNALE DI ROMA, Ufficio del Giudice del Registro delle Imprese

1 giugno 2020 – Romano, Giudice del Registro delle Imprese

R.G. 2612/2020

(Artt. 2380-bis, 2475, 2190, 2361, comma 2°, c.c., art. 111-duodecies disp. att. c.c., art. 5 d.lgs. 240/1991, art. 47.1 reg. UE 2157/2001)

Può essere nominata come amministratore di altra società (di persone o di capitali), una persona giuridica, salvi i limiti o i requisiti derivanti da specifiche disposizioni di legge per determinate tipologie di società.

Per lo svolgimento in concreto della funzione gestoria, ogni amministratore persona giuridica deve designare, poi, a propria volta, un rappresentante persona fisica appartenente alla propria organizzazione, il quale assume gli stessi obblighi e le stesse responsabilità civili e penali previsti a carico degli amministratori persone fisiche, ferma restando la responsabilità solidale della persona giuridica amministratore. Ne deriva che le formalità pubblicitarie relative alla nomina dell’am­ministratore sono eseguite sia nei confronti dell’amministratore persona giuridica che nei confronti della persona fisica da essa designata.

La designazione del rappresentante persona fisica da parte della persona giuridica amministratore, che non necessariamente deve coincidere con il rappresentante legale della stessa, costituisce un atto gestorio di quest’ultima, che si affianca, completandola, alla nomina dell’amministratore persona giuridica da parte della società amministrata e pertanto è in qualunque momento modificabile indipendentemente dalla modifica o meno del legale rappresentante della persona giuridica amministratore. (mm)

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TRIBUNALE DI ROMA, Ufficio del Giudice del Registro delle Imprese

1 giugno 2020 – Romano, Giudice del Registro delle Imprese

R.G. 4200/2020

(Artt. 2477, 2397, comma 2°, c.c.)

In tema di nomina dell’organo di controllo in una società a responsabilità limitata, ai sensi dell’art. 2477 c.c., è consentito alla società stessa di procedere alla nomina di un sindaco unico, limitando i compiti dello stesso alla vigilanza interna alla società, con esclusione del controllo contabile e per tale ragione non dovrà essere necessariamente iscritto nel registro dei revisori dei conti. Infatti la circostanza che lo statuto preveda o, comunque, consenta la sola nomina di un sindaco unico con esclusivi compiti di controllo interno, fa sì che il richiamo alle norme previste per le società azionarie, contenuto nell’art. 2477, quinto comma, c.c., non vada inteso in modo rigido, dovendo comunque tener conto della struttura della società a responsabilità limitata, e di conseguenza la duplice circostanza che possa essere nominato un sindaco unico e che la società stessa possa determinare la natura del controllo (controllo sulla gestione ovvero revisione contabile) comporta l’impos­sibilità di applicare alla società a responsabilità limitata il precetto di cui all’art. 2397, secondo comma, c.c. nella parte in cui richiede che almeno un membro effettivo ed uno supplente siano scelti tra i revisori legali iscritti nell’apposito registro. (mm)