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Verso una riforma della disciplina sui controlli interni

Niccolò Abriani

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Sommario:

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1. Nonostante il titolo assegnatole dagli organizzatori di questo importante simposio, che intendo qui sentitamente ringraziare per l’invito, la relazione che mi accingo a presentare è dedicata, prima ancora che alle prospettive di riforma del sistema dei controlli, ad una “riforma della prospettiva”. Mi pare che, a due lustri dalla riforma societaria e ad oltre tre dal Testo Unico della Finanza, siano infatti ormai maturi i tempi per un mutamento dell’angolo prospettico dal quale viene tradizionalmente esaminato, valutato e presentato – anche agli operatori stranieri – il modello tradizionale italiano, a partire dalla sua asserita peculiarità, ovvero dall’organo che è stato il grande assente delle relazioni di questa mattinata: il collegio sindacale. In questo tentativo di ribaltamento del modo con cui la dottrina si accosta al più tipico e diffuso tra gli assetti di governance delle nostre società, quotate e non, farei tesoro di tre indicazioni metodologiche emerse nelle belle relazioni che si sono sin qui succedute e che ritengo particolarmente feconde. Innanzitutto, l’esigenza di un approccio rigorosamente funzionale, che privilegi il dato delle funzioni che ciascun organo è effettivamente chiamato a svolgere nei vari sistemi di governance, piuttosto che quello nominalistico, fondato su una pretesa essenza di ciascun istituto considerato in vitro. Un [continua ..]

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2. Ed è nel solco di quest’ultima indicazione che si intende avviare la riflessione, collocando il sistema dei controlli all’interno del contesto normativo europeo. Da tale angolo visuale l’attenzione viene inevitabilmente ad appuntarsi su una disposizione che è stata sino ad oggi sottovalutata dagli esperti di governance; e ciò probabilmente perché si colloca in un ambito – quello della revisione legale dei conti – propriamente imputato al tema dei controlli esterni. Il riferimento è all’art. 41 della direttiva 2006/43/CE sulla revisione legale dei conti, che impone a tutte le società quotate e, più in generale, a tutti gli «enti di interesse pubblico» degli Stati membri di istituire un «comitato per il controllo interno e la revisione contabile», incaricato di vigilare sul processo di informativa finanziaria, sull’efficacia dei sistemi di controllo interno, di revisione interna, se applicabile, e di gestione del rischio, nonché sulla revisione legale dei conti annuali e dei conti consolidati, verificando e monitorando «l’indipendenza del revisore legale o dell’impresa di revisione contabile, in particolare per quanto concerne la prestazione di servizi aggiuntivi all’ente sottoposto alla revisione contabile». Tale disposizione, pur lasciando liberi gli Stati membri di «stabilire se il comitato debba essere composto [continua ..]

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3. Non si intende ovviamente indulgere in autocompiacimenti panglossiani, anche se mi fa piacere proprio in questa sede ricordare come su un altro tema cruciale dellagovernance societaria, quello delle operazioni con parti correlate, nel convegno internazionale di giovedì scorso a Milano sia emerso chiaramente che la regolamentazione forgiata in Italia dalla Consob rappresenta un modello di riferimento al quale alcuni tra i più autorevoli studiosi europei guardano in chiave di possibile armonizzazione, anche al fine di prevenire derive massimaliste che si prefigurano nel processo di recente avviato dalla Commissione volto alla modifica della direttiva sulla tutela dei diritti degli azionisti. Tornando dunque al nostro tema scevri da autocompiacimenti nazionalistici, una prima considerazione che si intende sottoporre all’attenzione di studiosi ed operatori è che il collegio sindacale ben può essere configurato e presentato al­l’estero non come un’esotica o eccentrica peculiarità italiana (difficile da tradurre, prima ancora che da spiegare), bensì come il “nostro” Independent Audit Committee di cui all’art. 41 della direttiva revisione; o, se si vuole, l’organo chiamato a svolgere le funzioni assegnate da quella disposizione al Comitato, in una cornice di autonomia, oggettività e pienezza di poteri che risulta di tutto riguardo, se non di assoluta avanguardia, su [continua ..]

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4. Questi ultimi interrogativi sospingono peraltro verso le prospettive di riforma. Vorrei invece rimanere ancora un istante sul piano della “riforma della prospettiva”, per contribuire a superare gli idola theatri collegati alla supposta dicotomia tra sindaci ed amministratori indipendenti. Riguardato nella sua più recente evoluzione, il sistema dei controlli interni si è sviluppato invero lungo due percorsi evolutivi che hanno continuato a defluire paralleli negli ultimi tre lustri e ciascuno dei quali ha avuto una sua illuminata cabina di regia. Il primo percorso, riferibile a Consob e Borsa Italiana, ha visto la progressiva valorizzazione della funzione degli amministratori indipendenti ed ha trovato la sua consacrazione nel Codice di autodisciplina e nel Decreto sulla tutela del risparmio, per culminare nel Regolamento Consob sulle operazioni con parti correlate. Il secondo percorso, caratterizzato da un cospicuo rafforzamento dei poteri e correlate responsabilità del collegio sindacale, è invece riferibile alla Banca d’Italia. Anzi, se con un certo grado di (consapevole) approssimazione si intendesse personalizzarlo, attribuendogli un nome, verrebbe naturale evocare quello di Mario Draghi: è infatti il Testo unico della finanza elaborato dalla Commissione da lui presieduta (e da molti ancor oggi definito “Legge Draghi”) ad aver per primo rivitalizzato il ruolo del collegio sindacale, [continua ..]

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5. Si tratta dunque di superare contrapposizioni dicotomiche tra modelli, che stamani sono state giustamente definite come ormai “stucchevoli” (Galateri), per valorizzarne la dimensione di virtuosa e sinergica convergenza. In questo quadro si iscrivono gli spunti offerti, nella dottrina italiana, da chi ha di recente proposto di istituzionalizzare anche a livello normativo la presenza del comitato controllo rischi in tutte le società quotate, in aggiunta e non in sostituzione del collegio sindacale (Calandra Buonaura). In effetti, lo scenario che si presenta a chi esamini la governance del sistema tradizionale italiano si connota per una peculiare articolazione dei componenti degli organi di amministrazione e controllo, unitariamente intesi, al centro della quale si iscrivono i (sempre meno numerosi) amministratori non esecutivi ma non indipendenti, in quanto legati alla proprietà (c.d. dominicales) o al management, i quali si trovano appunto in una posizione intermedia tra il management stesso (sia esso rappresentato o meno all’interno del board con una componente propriamente esecutiva) e la “componente indipendente”, che in Italia si suddivide a sua volta in due parti: i consiglieri di amministrazione non esecutivi indipendenti, tra i quali si formano i comitati interni (primo tra tutti il Comitato controllo e rischi), chiamati ad un monitoring valutativo, anche [continua ..]

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6. Non si intende, lo si ribadisce, indulgere in compiacimenti sciovinisti, posto che siamo tutti consapevoli che il nostro non è panglossianamente il migliore dei mondi possibili. Anzi, si potrebbe rilevare come l’innalzamento dei presidi che connota il sistema tradizionale italiano – tanto più se letto unitamente alla incisiva regolamentazione delle operazioni con parti correlate delineata dal Regolamento di attuazione dell’art. 2391-bis c.c. – costituisca un necessario contrappeso ai tradizionali vizi e limiti del mercato e degli emittenti del Belpaese, che lo rende naturalmente più incline all’estrazione di benefici privati del controllo, avvicinandolo per molti versi alla “Tunnelland” evocata con la consueta incisività dall’amico Luca Enriques giovedì scorso a Milano. Al contempo si è ben consapevoli che anche sul piano strettamente normativo permangono diversi punti critici e possibili interventi correttivi, molti dei quali già evocati nel corso di queste relazioni. Vorrei qui soffermarmi soltanto, e brevemente, su alcuni aspetti più direttamente connessi a quanto detto poc’anzi. Innanzi tutto, va sottolineato come non vi sia tuttora piena consapevolezza del nuovo ruolo del collegio sindacale, ora peraltro ben scolpito dalle Disposizioni di vigilanza della Banca d’Italia e dalla nuova versione del Codice di autodisciplina (si veda infatti il [continua ..]

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7. Un secondo processo incompiuto concerne la funzione cruciale di coordinamento degli organi di controllo delle società del gruppo, che viene ormai da tempo riconosciuta al collegio sindacale della holding: un tema sul quale ancora una volta la Consob è stata antesignana, sollecitando da tempo i sindaci delle controllanti quotate ad una diretta presenza nei collegi delle controllate sulle quali l’emittente esercita attività di direzione e coordinamento e riducendo in tali ipotesi i coefficienti di calcolo ai fini del superamento dei limiti al cumulo di cariche. Il riferimento è, in primo luogo, alla nota Comunicazione Consob 20 febbraio 1997, n. 97001574, nella quale l’Autorità di vigilanza, “al fine di accrescere a favore del collegio sindacale la trasparenza sull’attività svolta dalla società, anche attraverso imprese controllate”, raccomanda che “almeno un componente del collegio sindacale della capogruppo sia nominato sindaco nei collegi sindacali delle società controllate”, soggiungendo che “la partecipazione diretta rappresenta, infatti, lo strumento attraverso il quale agevolare l’acquisizione, da parte del collegio sindacale della capogruppo, delle informazioni necessarie ad adempiere le funzioni di propria competenza”. In tal senso si iscrive anche la regolamentazione del cumulo degli incarichi dei sindaci, contenuta di cui agli [continua ..]

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8. Ai fini dell’adozione del sistema monistico nelle realtà di gruppo, occorrerebbe peraltro riconsiderare il limite che tanto il codice civile (art. 2399) quanto il Testo Unico della Finanza (art. 148, 3° comma) sembrano porre, in termini de iure condito difficilmente superabili, alla assunzione della carica di sindaco della controllante da parte di chi rivesta la carica di amministratore di società controllate, introducendo un’espressa deroga per quei consiglieri che, proprio nella loro veste di non executive independent directors, vengano a far parte del comitato per il controllo della gestione. E ciò dovrebbe valere naturalmente anche per l’ipotesi simmetrica, consentendo ai componenti dell’organo di controllo del sistema monistico della holding di assumere la veste di sindaco nelle controllate. Al riguardo merita qui di essere richiamata la previsione di cui all’art. 37, 1° comma, lett. d) del Regolamento Consob di attuazione concernente la disciplina dei mercati. Tale disposizione, come noto, ravvisa nella costituzione «di un comitato di controllo interno composto da amministratori indipendenti» il presupposto per l’am­­missione alla (e il mantenimento della) quotazione delle s.p.a. soggette all’atti­vità di direzione e coordinamento, soggiungendo che, in tale ipotesi, devono essere interamente composti da amministratori [continua ..]

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9. Nell’auspicata prospettiva sin qui delineata si potrebbe valutare sin d’ora in termini permissivi la legittimità di clausole statutarie che prevedano l’irrevocabilità degli amministratori indipendenti componenti del comitato per il controllo sulla gestione del sistema monistico da parte del consiglio di amministrazione, rimettendo la relativa decisione dunque sempre all’assemblea. Per attenuare forme di concorrenza diseguale tra modelli, si potrebbe arrivare finanche ad estendere statutariamente la regola della irrevocabilità senza giusta causa dei componenti degli organi di controllo del sistema monistico, purché rappresentino una minoranza dell’organo consiliare. Mi chiedo anzi se analoga previsione non possa riferirsi anche ai consiglieri di sorveglianza componenti del comitato controllo rischi, sempre a condizione che rappresentino una componente minoritaria del consiglio di sorveglianza. Ovviamente, in entrambi i casi non vi sarebbe il filtro giudiziale contemplato dall’art. 2400 c.c. per la sola revoca dei sindaci, che non potrebbe ovviamente essere oggetto di previsione statutaria (e che comunque non parrebbe da estendersi neppure in una prospettiva de iure condendo). Sempre in sede statutaria, con riferimento al sistema monistico, si potrebbe operare un espresso riconoscimento dei poteri di controllo ed ispezione, che la legge assegna al comitato collegialmente, a ciascuno dei componenti [continua ..]

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10. Tornando alle società quotate e ai temi di vertice, condivido pienamente la proposta di Paolo Montalenti di attribuire espressamente all’organo di controllo – e dunque al collegio sindacale, nel sistema tradizionale – la funzione di coordinamento di tutte le istanze di controllo interno alla società, sviluppando in tal modo quanto già contenuto in nuce nell’art. 8 della nuova versione del Codice autodisciplina; e, in questo quadro, di prevedere l’obbligo periodico – che si suggerisce trimestrale – di relazione al consiglio di amministrazione da parte dell’organo di controllo sul funzionamento del sistema di controllo e sulle risultanze dei controlli effettuati, anche ai fini di eventuali decisioni di intervento correttivo da parte dell’organo gestorio. Così come pare senz’altro conforme a best practice l’appro­va­zione di un regolamento che disciplini le procedure di coordinamento tra le istanze di controllo nella complessa architettura societaria; ma anche, aggiungo, la previsione di una sede formale di coordinamento tra i presidenti del collegio sindacale, del comitato controllo rischi e dell’organismo di vigilanza, eventualmente coordinata dal presidente del consiglio di amministrazione, ove non investito di funzioni esecutive. Sono istanze del tutto condivisibili, posto che la prassi ha dimostrato, ripetutamente, come sia [continua ..]

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11. Un’ultima considerazione riguarda il sistema dei controlli nella società a responsabilità limitata. È un tema di grande rilevanza che richiederebbe una relazione a sé stante, anche perché coinvolge realtà talora di ragguardevoli dimensioni e fatturati comparabili ad alcune quotate (si pensi a società del calibro di Esso Italiana s.r.l., Coca Cola Italia s.r.l. e Ikea Italia Retail s.r.l.) e finanche holding di partecipazione al vertice di gruppi quotati, alcune delle quali frutto di recenti trasformazioni dall’originaria forma di accomandita per azioni (com’è avvenuto per Edizione s.r.l., una delle maggiori società di partecipazioni del nostro Paese). Mi limiterò qui ad osservare come proprio la constatazione dell’importanza eco­nomica di molte società a responsabilità limitata imporrebbe di superare una disciplina dei controlli basata sulla forma societaria per passare ad un approccio fondato sulla dimensione dell’impresa. In questo quadro, si tratterebbe innanzi tutto di espellere dal codice civile l’ana­cronistica previsione che impone la nomina dell’organo di controllo nelle società a responsabilità limitata al mero raggiungimento di una soglia di capitale sociale pari a quello minimo stabilito per la società per azioni. Si tratta di una regola inefficiente, che disincentiva la [continua ..]

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