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Osservatorio sulla Giurisprudenza del Tribunale di Milano

Michelangelo Granato, Edoardo Grossule, Carlo Lanfranchi, Piergiuseppe Spolaore

TRIBUNALE DI MILANO (Sezione specializzata in materia di impresa B), 3 aprile 2020 – Mambriani, Presidente relatore

R.G. nn. 23932/2017 + 26354/2017 + 52645/2017+ 54797/2017

(Artt. 1363, 1367, 2367, 2479, 2479-bis, 2479-ter c.c.)

Il potere di convocare l’assemblea riconosciuto al socio dall’art. 2479, comma 1, c.c. – che rappresenta «regola legale di garanzia inderogabile» – non è subordinato all’inerzia da parte dell’amministratore, con la conseguenza che la convocazione diretta da parte del socio (che detenga almeno un terzo del capitale sociale) deve ritenersi regolare, così come legittima la delibera assunta dall’assemblea così convocata.

Nell’interpretazione delle clausole statutarie, oltre a dovere essere perseguita una ricostruzione sistematica del significato delle previsioni pattizie, deve essere applicato l’art. 1367 c.c., con l’effetto altresì che deve essere preferita una lettura della clausola che ne conservi l’efficacia in luogo di quella che la priverebbe di efficacia comportandone l’invalidità per contrarietà all’ordinamento. (ps)

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TRIBUNALE DI MILANO (Sezione specializzata in materia di impresa B), 24 aprile 2020 – Ricci, Relatore

R.G. n. 19924/2017

(Art. 2476 c.c.)

Il tema degli effetti della revoca del liquidatore si inserisce in quello più generale degli effetti della revoca dell’amministratore delle società di capitali e, in ambito processuale, dell’efficacia e autonomia rispetto al giudizio di merito del provvedimento cautelare di revoca dell’amministratore di s.r.l., quale misura cautelare tipica, prevista dall’art. 2476 c.c. Sulla questione sostanziale è sufficiente ricordare che la revoca non necessita di atti esecutivi e produce di per sé effetti immediati, senza che possano prorogarsi, come invece accade in caso di dimissioni, i poteri dell’organo gestorio. Sul tema processuale, il Tribunale richiama gli approdi cui è giunta la propria giurisprudenza secondo la quale non si può ritenere sussistente un vincolo di strumentalità tra l’azione di merito e quella cautelare ex art. 2476 c.c. data “l’ontologica ed irriducibile diversità di cause petendi e petita [..] l’una volta al ristoro di pregiudizi patrimoniali già perfezionatisi e l’altra volta ad evitare che l’amministratore prosegua in futuro la gestione”. (eg)

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TRIBUNALE DI MILANO (Sezione specializzata in materia di impresa “B”)

24 aprile 2020 – Riva Crugnola, Presidente – Simonetti, Relatore

RG n. 27454/2017

(Art. 2386 c.c.)

La ratio della clausola statutaria simul stabunt simul cadent è di mantenere l’as­setto e gli equilibri prestabiliti al momento della nomina all’interno del consiglio e di evitare la gestione della società da parte di un organo amministrativo minoritario quando, per effetto delle cessazione di alcuni consiglieri, si sono alterati gli equilibri già definiti. (mg)

(Artt. 2385 e 2386 c.c.)

L’operatività fisiologica della clausola di decadenza non implica una valutazione dei motivi delle singole dimissioni presentate da ciascun componente il Consiglio di amministrazione, le quali costituiscono atto ampiamente connotato da discrezionalità. La conferma di tale principio deriva dall’analisi dell’articolo 2385 com­ma 1, del codice civile, in materia di S.p.A., il quale assicura all’ammi­ni­stra­tore sostanziale libertà di recesso, poiché non richiede la sussistenza di una giusta causa o di un giustificato motivo per la rinuncia all’incarico. Invero è irrilevante che le dimissioni degli altri consiglieri siano prive di causa, posto che all’ammi­nistra­tore è riconosciuta dall’ordinamento, art. 2385 c.c., sostanziale libertà di recesso, anche in assenza di giusta causa o di un giustificato motivo, purché non vi sia una concertazione strumentale in danno di altri componenti dell’organo. (mg)

(Art. 2386 c.c.)

In assenza di specifiche previsioni nell’atto costitutivo l’amministratore non ha un diritto soggettivo perfetto a mantenere la carica di amministratore una determinata durata né alcuna aspettativa giuridicamente tutelata a durare in carica per un determinato termine, tanto più quando, accettando l’incarico, l’amministratore ha accettato accettato la possibilità che il suo mandato cessi per decadenza in applicazione della clausola prevista dallo Statuto simul stabunt simul cadent. (mg)

(Art. 2386 c.c.)

Qualora nessun elemento sia allegato a sostegno della collusione in danno del­l’amministratore tra amministratori e socio, tanto più ove la revoca non sia intervenuta in una situazione in cui la figura dell’amministratore all’interno del Consiglio di Amministrazione poteva avere una efficacia incidente o in cui il suo operato si trovava in dissidio con gli altri componenti del Consiglio di Amministrazione portatori di interessi della socia unica, e non si è dimostrato in causa che le dimissioni degli altri amministratori siano state concertate ad esclusivo danno di un altro amministratore, non ricorrono i presupposti dell’esercizio abusivo della clausola simul stabunt simul cadent (nel caso di specie le dimissioni piuttosto risultavano rese in una situazione in cui, per effetto della ristrutturazione del debito e del­l’ingresso nella compagine societaria di un nuovo socio, si profilava la possibilità di un nuova relazione tra amministrazione e società). (mg)

(Art. 2383 c.c.)

I soci possono revocare un membro del Consiglio di Amministrazione dall’incarico di amministratore sulla base di una giusta causa inerente alla sua specifica funzione all’interno del Consiglio di Amministrazione, se tale funzione è successivamente venuta meno (nel caso di specie l’amministratore – decaduto per effetto di una clausola statutaria simul stabunt simul cadent – ad avviso del Tribunale avrebbe comunque potuto essere revocato in quanto originariamente nominato quale amministratore indipendente in rappresentanza degli interessi dei sottoscrittori di un prestito obbligazionario successivamente rimborsato). (mg)

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TRIBUNALE DI MILANO (Sezione specializzata in materia di impresa B), 30 aprile 2020 – Mambriani, Presidente estensore

R.G. n. 2660/2020

(Artt. 1417, 2470, 2471, 2740, 2929-bis c.c.)

La prova della simulazione assoluta (e, pertanto, della nullità) del contratto di compravendita di quote di s.r.l. si considera raggiunta quando viene fornita evidenza indiziaria del carattere simulato del negozio, che ricorre quando, inter alia, il trasferimento sia successivo alla notifica di atto di precetto nei confronti del­l’a­lienante, avvenga a favore di uno stretto parente, non venga data prova dell’av­ve­nuto pagamento del prezzo e l’alienante continui a essere amministratore unico della società.

In conseguenza dell’accertamento della simulazione assoluta del contratto di compravendita di quote di s.r.l., la quota si considera come mai fuoriuscita dalla sfera patrimoniale del venditore. (ps)