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Osservatorio sulla Giurisprudenza del Tribunale di Roma

Ignazio Cerasa, Marco Mercuri, Emanuele Stabile, Antonio Trillò

TRIBUNALE DI ROMA, 27 maggio 2019 – Romano, Giudice Designato

R.G. n. 78878/2018

(Artt. 50 bis, n. 3, 702 bis, 702 ter c.p.c.; 9 d.lgs. 19 dicembre 1991, n. 406)

Anche le controversie afferenti ai contratti antecedenti al 2006, essendo riconducibili alla nozione di contratti pubblici di appalto di lavori, servizi o forniture di rilevanza comunitaria, devono ritenersi assoggettate alla competenza della sezione specializzata in materia di impresa. Ai sensi dell’art. 50 bis, n. 3 c.p.c., la decisione in ordine alle cause devolute alle sezioni specializzate (come, appunto, la sezione specializzata in materia di impresa) è riservata al Tribunale in composizione collegiale: conseguentemente, il ricorso presentato ai sensi dell’art. 702 bis c.p.c. si presenta inammissibile essendo tale strumento processuale riservato alle «cause in cui il tribunale giudica in composizione monocratica» (cfr. art. 702 ter c.p.c.). (es)

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TRIBUNALE DI ROMA, 12 dicembre 2019 (ord.) Di Salvo, Presidente – Cardinali, Giudice – Romano, Relatore

R.G. n. 19242/2017

(Artt. 1218, 1322, 1453, 1° comma, 1490, 1495, 1497 c.c.)

Il contratto che trasferisce la titolarità della partecipazione sociale ha ad oggetto esclusivamente quest’ultima, mentre il patrimonio aziendale rimane di esclusiva titolarità della società, autonomo soggetto di diritto, senza che possa discutersi di un suo trasferimento se non in senso puramente economico: la personalità giuridica attribuita alla società, e la sua conseguente titolarità dei rapporti costituenti il patrimonio sociale, comporta la carenza di legittimazione da parte dei soci a disporre dell’azienda sociale.

La garanzia che il venditore presta all’acquirente ha ad oggetto esclusivo la partecipazione sociale in sé considerata, e non il patrimonio sociale. Le carenze o i vizi relativi alla consistenza e alle caratteristiche dei beni ricompresi nel patrimonio sociale possono giustificare la risoluzione del contratto solo se sono state fornite a tale riguardo dal cedente specifiche garanzie contrattuali sul valore economico della partecipazione ceduta, le cd. «business warranties», il cui rilascio si evinca inequivocamente dal testo negoziale.

Le clausole di garanzia hanno non già la funzione di assicurare l’effetto traslativo, ma di assicurare la corrispondenza del «valore» sottostante alla partecipazione compravenduta a quello effettivamente pattuito tra le parti: il venditore si obbliga a indennizzare il compratore qualora la consistenza patrimoniale si riveli diversa da quella considerata dalle parti con il contratto di cessione, ma non alla stregua della mancanza di qualità dei beni venduti o della partecipazione medesima.

L’assunzione dell’impegno a tenere indenne l’acquirente rispetto al rischio connesso ad insussistenze, minusvalenze o sopravvenienze passive costituisce per il venditore l’oggetto di una obbligazione che nasce da un patto accessorio al contratto di compravendita, quale obbligazione autonoma non riconducibile allo sche­ma degli effetti naturali della vendita.

Le «business warranties» possono essere contenute anche in accordi atipici - purché finalizzati a regolare interessi meritevoli di tutela - che abbiano ad oggetto un modo di acquisizione della partecipazione sociale diverso dalla tradizionale compravendita. (at)

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TRIBUNALE DI ROMA (Sezione specializzata in materia di impresa) 20 gennaio 2020 – Bernardo, Giudice Designato

R.G. n. 45215/2019

(Artt. 2352, 2471-bis, 2476, 2913 c.c.)

Ai sensi dell’art. 2352 c.c., richiamato dall’art. 2471-bis c.c. in tema di società a responsabilità limitata, nel caso di pegno o usufrutto sulle azioni, il diritto di voto spetta, salvo convenzione contraria, al creditore pignoratizio o all’usufruttuario, mentre i diritti amministrativi diversi da quelli previsti nel suddetto articolo spettano sia al socio sia al creditore pignoratizio. Pertanto per effetto del pignoramento di una quota sociale in una società a responsabilità limitata, al socio debitore esecutato non deve essere precluso l’esercizio dei diritti amministrativi “diversi”, come i peculiari diritti di controllo riconosciuti dall’art. 2476 c.c., e il potere di esercitare l’azione di responsabilità verso gli amministratori di cui al terzo comma della norma citata, essendo tali diritti ed azioni strumentali all’esigenza di preservare l’integrità del patrimonio sociale, il che certo non contrasta con gli interessi del creditore pignorante ed appare coerente con la funzione e gli effetti sostanziali del pignoramento, che, assoggettando i beni pignorati al soddisfacimento del diritto di credito, pone un vincolo di indisponibilità sugli stessi, che tuttavia non priva il debitore o il terzo assoggettato all’esecuzione del diritto di godere dei beni pignorati, limitandone solo la disponibilità. (mm)

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TRIBUNALE DI ROMA (Sezione specializzata in materia di impresa) 6 febbraio 2020 – Pedrelli, Presidente – Basile, Giudice – Landi, Relatore

R.G. n. 36761/2016

(Art. 2569 c.c., artt. 12, 15 e 20 d.lgs. 10 febbraio 2005, n. 30)

In relazione al marchio c.d. forte – non avente cioè alcuna relazione con l'attività commerciale che è destinata a contraddistinguere, e non essendo immediatamente associabile ad uno specifico prodotto – sono illegittime tutte le modificazioni, pur rilevanti ed originali, che ne lascino comunque sussistere l'identità sostanziale ovvero il nucleo ideologico espressivo, che costituisce l'idea fondamentale in cui si riassume, caratterizzandola, la sua attitudine individualizzante. Conseguentemente l'esame comparativo dei segni distintivi in conflitto deve essere effettuato non in via analitica (ossia attraverso una particolareggiata disamina ed una separata valutazione di ogni singolo elemento), ma in via unitaria e sintetica, ponendo attenzione all'apprezzamento complessivo dei segni in relazione agli elementi salienti. (mm)

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TRIBUNALE DI ROMA, 4 marzo 2020 (ord.) Di Salvo, Presidente – Scerrato, Giudice – Romano, Estensore

R.G. n. 60267/2019

(Art. 671 c.p.c.; art. 2 d.l. n. 347/2003; artt. 106, 107, 108 TFUE; art. 16 Reg. UE 2015/1589; artt. 4, 5 d.lgs. n. 50/2016; artt. 1418, 1419 c.c.)

La normativa comunitaria in tema di aiuti di stato – a differenza di quella a tutela della libera concorrenza e del mercato interno e concernente il divieto di intese restrittive rivolta alle intese tra privati (c.d. efficacia orizzontale) – vieta agli Stati membri di erogare aiuti nei confronti di determinate imprese, ed è norma imperativa il cui precetto ha come destinatari esclusivi gli Stati membri (c.d. efficacia verticale).

L’assenza di una specifica previsione di nullità con riguardo ai contratti stipulati tra privati «a valle» rispetto alla violazione del divieto di aiuti di stato, pur escludendo che, già in astratto, tali contratti siano sempre nulli, non preclude al giudice investito della loro cognizione un concreto scrutinio sulla validità o meno degli stessi o di loro singole clausole, e l’accertamento se gli accordi concretamente posti in essere tra imprese siano nulli, se non per violazione «diretta» di norma imperativa, quanto meno sotto altri e diversi profili.

L’art. 1418, comma 1°, c.c., sancisce la nullità c.d. virtuale del contratto, per violazione di norme imperative (c.d. illegalità del contratto), operante in via residuale ogniqualvolta la predetta violazione non investa profili diversi, quali la causa o l’oggetto del contratto, o quando il legislatore non abbia ricollegato a tale violazione una differente conseguenza sanzionatoria. La contrarietà a norme imperative della causa concreta – lo scopo pratico concepito dalle parti – determina viceversa la nullità, c.d. strutturale, del contratto, in forza dell’art. 1418, comma 2°, c.c. In tal caso, trattandosi di illiceità e non di mera illegalità del negozio, è esclusa la possibilità di ricollegare alla violazione una diversa sanzione: la conseguenza sarà sempre la nullità del contratto. L’illiceità della causa si ravvisa difatti quando la «ragione» concreta, il «senso» dell’operazione che con un certo contratto o una certa clausola i contraenti, perseguono sono disapprovati dall’ordinamento, perché contrastanti con valori che quest’ultimo reputa essenziali.

Una clausola inserita in un contratto tra privati, sostanzialmente volta a consentire all’impresa, beneficiaria dell’aiuto di stato vietato, di trattenere le risorse pubbliche ricevute mediante la sostanziale previsione dell’accollo della restituzione di dette somme in capo all’altro contraente, è nulla, perché lo scopo pratico perseguito è quello di aggirare le norme imperative sul recupero degli aiuti di stato vietati.

Analoga sanzione di nullità per illiceità della causa investe la previsione contrattuale  inserita successivamente all’espletamento di gara pubblica ed avente ad oggetto la rimodulazione di una parte consistente del prezzo della cessione  che consenta sostanzialmente al cessionario di aggirare l’obbligo di pagamento del prezzo posto a base della gara stessa.

La nullità di una o più clausole determina la caducazione dell’intero regolamento contrattuale se risulta che i contraenti non lo avrebbero voluto senza quella parte del contenuto colpita da nullità. Nel dubbio se il vizio travolga o meno l’intero contratto, il Giudice deve prediligere la soluzione che eviti l’effetto di distruzione integrale del regolamento contrattuale, in ossequio al principio generale di conservazione degli effetti del negozio giuridico: la nullità parziale si atteggia come regola, la caducazione dell’intero contratto si pone come eccezione.

L’estensione della nullità all’intero regolamento contrattuale deve essere eccepita e provata dalla parte che vi abbia interesse, e che teme di venire pregiudicata dalla conservazione di un negozio diverso rispetto a quello originariamente stipulato poiché manchevole di una parte. La valutazione del giudice, in ordine alla nullità parziale o totale, deve essere condotta sul piano della causa, cioè dell’assetto di interessi concretamente perseguito dalle parti, e secondo criteri oggettivi, confrontando l’assetto di interessi sotteso all’originario programma contrattuale al diverso assetto d’interessi che scaturirebbe, in ipotesi di nullità solo parziale, dal contratto residuo. (at)

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TRIBUNALE DI ROMA, 8 aprile 2020 – Romano, Giudice Designato

R.G. n. 8159-1/2017

(Artt. 2476, 2492, 2493, 2495 c.c.; 110 c.p.c.)

(Artt. 2381, 2475 c.c.)

Mentre i debiti si trasferiscono senz’altro, ex art. 2495 co. 2 c.c., in capo ai soci, i quali ne rispondono, nei limiti di quanto riscosso in fase di liquidazione (ovvero illimitatamente o limitatamente, a seconda della responsabilità cui essi erano soggetti manente societate), viceversa per i rapporti giuridici attivi occorre tracciare una distinzione. Si trasferiscono ai soci, infatti, di regola, anche i beni e i diritti non inseriti nel bilancio finale di liquidazione della società estinta, fatta eccezione, tuttavia, per le cc.dd. mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio, e dei diritti di crediti ancora incerti o illiquidi, la cui inclusione nel bilancio finale di liquidazione avrebbe richiesto un’attività ulteriore (giudiziale o extragiudiziale), il cui mancato espletamento da parte del liquidatore consente di ritenere che la società vi abbia rinunciato. Gli ex soci subentrano (anche processualmente, ai sensi dell’art. 110 c.p.c., che ricomprende anche fenomeni successori diversi rispetto alla successione mortis causa della persona fisica) nei rapporti attivi in qualche misura «gestiti» in fase di liquidazione, non anche nelle «mere pretese» rispetto alle quali si è prodotto un effetto rinunziativo. L’azione di responsabilità ex art. 2476 c.c., proposta … in pendenza della fase di liquidazione, può qualificarsi come rapporto giuridico «coltivato» da parte del liquidatore prima di procedere alla richiesta di cancellazione della società dal registro delle imprese.

L’art. 2381 c.c. - con una regola che, anche in epoca antecedente all’entrata in vigore (per detta parte) del d.lgs. 12 gennaio 2019, n. 14 che ha modificato l’art. 2475 c.c. aggiungendovi un espresso richiamo, si riteneva applicabile anche alle società a responsabilità limitata - pone a carico degli amministratori il dovere di curare l'adeguatezza dell'assetto organizzativo, amministrativo e contabile della società. La scelta organizzativa rimane pur sempre una scelta afferente al merito gestorio, per la quale vale il criterio della insindacabilità e ciò purché la scelta effettuata sia razionale (o ragionevole), non sia ab origine connotata da imprudenza tenuto conto del contesto e sia stata accompagnata dalle verifiche imposte dalla diligenza richiesta dalla natura dell'incarico. (es)

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TRIBUNALE DI ROMA, 12 maggio 2020 Di Salvo, Presidente – Cardinali, Giudice – Bernardo, Relatore

R.G. n. 66840/2016

(Artt. 2479, 2479-bis c.c.)

(Artt. 2377, 2378 c.c.)

L’art. 2479 bis c.c. stabilisce che, salva diversa disposizione dell’atto costitutivo, l’as­semblea è regolarmente costituita con la presenza di tanti soci che rappresentano almeno la metà del capitale sociale e delibera a maggioranza assoluta e, nei casi previsti dai numeri 4) e 5) del secondo comma dell’art. 2479 c.c., con il voto favorevole dei soci che rappresentano almeno la metà del capitale sociale. Come evidenziato, tuttavia, l’atto costitutivo può predisporre una disciplina dei quorum diversa da quella dettata dall’art. 2479 bis c.c., sia in aumento sia in diminuzione, sebbene si ritenga che non possa mai essere scardinata la regola maggioritaria.

L’ottavo comma dell’art. 2377 c.c. prevede che l’annullamento della deliberazione non può avere luogo, se la deliberazione impugnata è sostituita con altra presa in conformità della legge e dell’atto costitutivo; in tal caso il giudice provvede sulle spese di lite, ponendole di norma a carico della società, e sul risarcimento del­l’eventuale danno. La norma, sebbene formulata con riferimento all’annulla­mento oggetto del giudizio, ha valenza non processuale ma sostanziale, in quanto il nuovo intervento dell’assemblea prescinde del tutto dalla proposizione dell’impu­gnativa da parte di uno dei soggetti legittimati, perseguendo lo scopo di prevenire la lite, stabilizzando gli effetti di una delibera invalida. La giurisprudenza, però, evidenzia che i soci devono manifestare espressamente la volontà di sostituire la precedente delibera, anche se non vi deve essere necessariamente un’esat­ta coincidenza tra il contenuto della delibera sostitutiva e quella sostituita. (es)