manuale_insolvenza

home / Archivio / Fascicolo / Le fattispecie estintive del processo commerciale: ricognizione delle ipotesi e 'stato dell'arte'

indietro stampa articolo indice fascicolo leggi articolo


Le fattispecie estintive del processo commerciale: ricognizione delle ipotesi e 'stato dell'arte'

Barbara Poliseno

Sommario:

1. Premessa - 2. La cancellazione della causa dal ruolo nel passaggio dal rito ordinario al rito commerciale - 3. La notificazione tardiva dell'istanza di fissazione d'udienza: gli eventi estintivi individuati dal legislatore - 4. (Segue). La mancata notificazione dell'istanza di fissazione d’udienza - 5. (Segue). La mancata o tardiva notificazione dell'istanza di fissazione d'udienza: il dies a quo ai fini del computo del termine prescritto a pena di estinzione - 6. (Segue). La mancata o tardiva notificazione dell'istanza di fissazione d'udienza: il dies a quo ai fini del computo del termine prescritto a pena di estinzione nei processi con pluralità delle parti - 7. (Segue). La questione al vaglio della Corte costituzionale - 8. (Segue). La notificazione dell'istanza di fissazione dell'udienza al convenuto contumace: le prassi applicative - 9. (Segue). Il mancato tempestivo deposito dell’istanza di fissazione d’udienza - 10. (Segue). L'istanza di fissazione d’udienza quale mezzo di eccezione di estinzione - 11. La mancata tempestiva costituzione dell'attore - 12. La mancata tempestiva costituzione di tutte le parti - 13. La mancata comparizione di tutte le parti costituite all'udienza - 14. La mancata comparizione di tutte le parti nel procedimento in grado di appello - 15. Le ipotesi di inattività delle parti rivenienti dal codice di rito - 16. La rinuncia agli atti - NOTE


1. Premessa

La questione relativa alla ricognizione delle fattispecie estintive del processo commerciale e l’analisi della disciplina prevista dal d.leg. 17 gennaio 2003, n. 5, hanno più volte sollecitato l’attenzione della dottrina e della giurisprudenza di merito. Quattro anni dopo l’entrata in vigore, prima di una pronuncia chiarificatrice dell’organo nomofilattico, appare opportuno tentare di fare il punto della situazione. Nella verifica delle diverse prassi applicative del processo ordinario a cognizione piena è emerso che, sovente, quest’ultimo si conclude prima ancora che il giudice provveda sulla domanda, perché le parti non hanno più interesse alla decisione ovvero rimangono inerti per un determinato lasso di tempo. In queste ipotesi, il processo si chiude secondo forme diverse dalle regole comuni dettate in tema di decisione della causa: differente è, infatti, non solo il contenuto del provvedimento finale, ma anche il procedimento e i termini processuali per mezzo dei quali si perviene alla definizione del giudizio. Tali forme sono espressamente previste dagli artt. 306 ss. del codice di rito. Nonostante il diverso sistema processuale, il legislatore delegato alla disciplina del nuovo rito commerciale si avvale di uno schema normativo analogo, pur con alcune novità non del tutto secondarie. In particolare, mentre alcune disposizioni ricalcano la disciplina comune, sicché i dubbi interpretativi [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


2. La cancellazione della causa dal ruolo nel passaggio dal rito ordinario al rito commerciale

Per una puntuale ricognizione delle fattispecie estintive che si configurano nel processo commerciale, è opportuno iniziare l’analisi dagli eventi espressamente individuati dal legislatore delegato. Punto di partenza è l’art. 1, 5° comma, per effetto del quale, nelle ipotesi in cui una causa relativa ad uno dei rapporti di cui al 1° comma è stata proposta in forme diverse da quelle previste dallo stesso decreto, il giudice istruttore deve, all’udienza di comparizione, ovvero successivamente [2], disporre con ordinanza il mutamento di rito e la cancellazione della causa dal ruolo. Dalla comunicazione della ordinanza decorrono, se emessa a seguito dell’udienza di comparizione, i termini di cui all’art. 6, fissati all’attore per notificare al convenuto (e depositare in cancelleria) la memoria di replica [3] ovvero, in ogni altro caso, i termini di cui all’art. 7, indicati per le repliche ulteriori. A ben vedere tale disciplina si differenzia da quella dettata per le altre ipotesi di mutamento di rito. Infatti, negli artt. 426 e 427 c.p.c., l’errore sul rito, rilevabile d’ufficio, comporta che il giudice debba provvedere disponendo le forme e i termini per l’eventuale integrazione degli atti introduttivi, senza però disporre la cancellazione della causa dal ruolo. La norma speciale, invece, prevede che il giudice, con la stessa ordinanza con la quale dispone il mutamento [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


3. La notificazione tardiva dell'istanza di fissazione d'udienza: gli eventi estintivi individuati dal legislatore

L’originaria formulazione dell’art. 8, 4° comma, del decreto delegato limitava l’estinzione soltanto ai casi in cui le parti non avevano provveduto alla notificazione dell’istanza di fissazione d’udienza nei quindici giorni successivi alla scadenza del termine per il deposito della memoria di controreplica del convenuto di cui all’art. 7, 2° comma [12], ovvero alla scadenza del termine massimo di cui all’art. 7, 3° comma. L’art. 4 del decreto delegato correttivo 6 febbraio 2004, n. 37 ha modificato tale norma e ha aggiunto che l’estinzione del processo è determinata anche dalla mancata notificazione dell’istanza di fissazione di udienza nei venti giorni successivi alla scadenza dei termini previsti dai commi 1, 2 e 3 [13]. Il testo vigente pone alcune riflessioni. La prima riguarda la parte del 4° comma introdotta dal decreto correttivo, per la quale anche «la mancata notifica dell’istanza di fissazione di udienza nei venti giorni successivi alla scadenza dei termini di cui ai commi precedenti» determina l’estinzione del processo. Tale disposizione avrebbe dovuto comportare quantomeno l’eliminazione di quella concernente la memoria di controreplica: a ben vedere, infatti, la previsione dell’estinzione allorché alla notifica dell’istanza di fissazione di udienza non si provveda nei venti giorni successivi alla scadenza dei termini di [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


4. (Segue). La mancata notificazione dell'istanza di fissazione d’udienza

L’art. 8, 4° comma, pone all’interprete un’ulteriore notazione: la norma si riferisce alle ipotesi in cui l’istanza di fissazione dell’udienza sia stata notificata fuori termine; nulla dispone per il caso in cui le parti non provvedano a notificare la predetta istanza neppure tardivamente. Come è noto, l’istanza è l’atto attraverso il quale si chiude la fase privata del processo e si avvia quella ex art. 12, nella quale il cancelliere presenta senza indugio al presidente il fascicolo d’ufficio contenente tutti gli atti e documenti depositati dalle parti, per la designazione del giudice relatore; entro cinquanta giorni da quest’ultima, il relatore sottoscrive e deposita il decreto di fissazione dell’udienza. Ora, se l’istanza non viene notificata, è evidente che non vi è un giudice designato che possa, su eccezione della parte interessata ovvero d’ufficio, se nessuna delle parti compare all’udienza, dichiarare l’estinzione, né un’udienza in cui potervi provvedere [17]. Così come è evidente che, se l’istanza viene depositata, il giudice, all’uopo designato, potrà dichiarare l’estinzione [18]. Peraltro, non si può escludere che le parti, pur avendo abbandonato il processo e non presentato in termini l’istanza di fissazione di udienza, decidano di proporre successivamente la questione [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


5. (Segue). La mancata o tardiva notificazione dell'istanza di fissazione d'udienza: il dies a quo ai fini del computo del termine prescritto a pena di estinzione

Il combinato disposto del 4° comma dell’art. 8 con i commi 1°, 2° e 3° della medesima norma costituisce un’ulteriore ragione di riflessione. Sin dalle prime applicazioni pratiche del nuovo rito commerciale, il tema relativo alla ritualità dell’istanza di fissazione dell’udienza è stato più volte affrontato dai giudici di merito; molteplici sono state le questioni trattate, ma alcune di queste rimangono ad oggi irrisolte. In particolare, si è discusso e si discute sul dies a quo ai fini del computo del termine previsto a pena di estinzione per la notificazione dell’istanza: l’art. 8, 4° comma, lascia spazio a diverse letture interpretative nella parte in cui prevede che «la mancata notifica dell’istanza di fissazione di udienza nei venti giorni successivi alla scadenza dei termini di cui ai commi precedenti […] determina l’estinzione del processo […]». Un primo dubbio riguarda la parola «successivi» (venti giorni) alla scadenza dei termini di cui ai precedenti commi (1°, 2° e 3°). In particolare, ci si è chiesti se tale aggettivo debba intendersi oppure no nel senso di ulteriori rispetto a quei termini e se quei termini giungano a scadenza allorché siano decorsi inutilmente venti giorni dai diversi dies a quibus individuati dalle lett. a), b) e c) dei commi 1°, 2° e 3°; e se, pertanto, l’istanza di [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


6. (Segue). La mancata o tardiva notificazione dell'istanza di fissazione d'udienza: il dies a quo ai fini del computo del termine prescritto a pena di estinzione nei processi con pluralità delle parti

Per i processi con pluralità di parti, l’individuazione del dies a quo ai fini del calcolo del termine prescritto a pena di estinzione del processo per la notificazione dell’istanza di fissazione d’udienza, richiede un dato ulteriore. Il complesso di norme introdotto dal d.leg. 28 dicembre 2004 n. 310, correttivo del d.leg. n. 5/2003 [31], atte a funzionare nel processo con pluralità di parti, non disciplina in modo specifico il momento a partire dal quale debba decorrere il termine previsto per la notificazione dell’istanza di fissazione d’udienza, allorché lo scambio degli atti sia avvenuto tra più soggetti (pensiamo all’ipotesi – tutt’altro che infrequente – di un’azione di responsabilità promossa nei confronti degli amministratori e dei sindaci, i quali, a loro volta, abbiano chiamato in causa le rispettive compagnie di assicurazione). Con specifico riguardo alla legittimazione passiva dei litisconsorti, il dato normativo secondo il quale l’istanza di fissazione d’udienza deve essere notificata «alle altri parti» (art. 8) sta a significare che la predetta istanza debba essere notificata a tutte le altre parti, e non soltanto ad una o ad alcune di esse. Tale atto, infatti, costituisce l’anello di congiunzione della fase assertiva con quella apud iudicem per l’intero processo, sì da non poter riguardare una o alcune soltanto [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


7. (Segue). La questione al vaglio della Corte costituzionale

 Sulla problematica affrontata nei paragrafi che precedono, di recente è stato richiesto, in due distinte occasioni, l’intervento della Corte costituzionale dal Tribunale di Milano [37], che ha ritenuto non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, per violazione degli artt. 3 e 24 Cost., dell’art. 8, 4° comma, d.leg. n. 5/2003 nella parte in cui stabilisce che «la mancata notifica dell’istanza di fissazione d’udienza nei venti giorni successivi alla scadenza dei termini di cui ai commi precedenti, o del termine per il deposito della memoria di controreplica del convenuto di cui all’art. 7 comma 2 ovvero dalla scadenza del termine massimo di cui all’art. 7 comma 3 determina l’estinzione del processo», anziché la cancellazione della causa dal ruolo. In particolare, secondo i giudici milanesi, il decreto delegato prevede che l’istanza di fissazione d’udienza debba essere notificata entro un termine perentorio che decorre da momenti diversi, a seconda di come in concreto si è svolto il contraddittorio, momenti la cui individuazione spetta alle parti alla luce di disposizioni normative di particolare complessità, frutto di una formulazione non sempre chiara e lineare. L’estinzione immediata nell’ipotesi de qua è apparsa, a tali giudici, conseguenza irragionevole, «avuto riguardo alla [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


8. (Segue). La notificazione dell'istanza di fissazione dell'udienza al convenuto contumace: le prassi applicative

L’art. 8, 4° comma, dispone che il processo si estingue se l’istanza di fissazione dell’udienza non sia stata notificata nei termini prescritti dallo stesso art. 8, ma non specifica se tale onere sussista anche nei confronti del convenuto rimasto contumace. La questione, già esaminata dai giudici di merito [45], merita alcune osservazioni. Per il combinato disposto dei commi 4° e 1°, lett. a), dell’art. 8, d.leg. n. 5/2003, il processo si estingue in ogni caso se l’attore ha omesso di notificare l’istanza di fissazione dell’udienza nei venti giorni successivi alla scadenza degli ulteriori venti giorni che decorrono dalla notifica della comparsa di risposta ovvero dalla scadenza del relativo termine (v. supra, § 5). L’estinzione, dunque, sembra prescindere dalla notificazione della comparsa di risposta ad opera del convenuto, potendo verificarsi anche se quest’ultimo non vi abbia provveduto (la c.d. contumacia «societaria» o «speciale» del convenuto si collega, infatti, alla mancata o tardiva notificazione della comparsa di risposta, a prescindere dalla costituzione in giudizio intesa in senso tecnico che, a norma dell’art. 5, avviene mediante deposito in cancelleria del fascicolo contenente l’originale ovvero la copia della comparsa di risposta notificata all’attore) [46]. Come è noto, per effetto della disciplina [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


9. (Segue). Il mancato tempestivo deposito dell’istanza di fissazione d’udienza

Ai sensi dell’art. 9 del decreto delegato, «la parte è tenuta al deposito in cancelleria dell’istanza di fissazione di udienza nel termine perentorio di dieci giorni dall’ultima notificazione» [48]. Il legislatore non ricollega, però, espressamente, un caso di estinzione del processo. Ciò nonostante, si è rilevato che anche il tardivo deposito della istanza, alla stregua della tardiva notifica della stessa, sia causa di estinzione e che, anche in questa ipotesi, il giudice debba provvedere a dichiararla secondo quanto disposto dagli art. 8, 4° comma e 12, 5° comma: e ciò sul presupposto che il deposito dell’istanza consente al giudice di conoscere della lite [49]. In effetti, la sanzione per il mancato deposito è quanto ci si dovrebbe aspettare al cospetto della disciplina dettata dall’art. 12, per cui il procedimento viene avviato «decorsi dieci giorni dal deposito dell’istanza di fissazione dell’udienza», e non dalla notifica di questa [50]. Anche al solo fine di dichiarare l’estinzione, in applicazione dell’art. 12, 5° comma, è comunque necessario che il procedimento prosegua nei modi e nelle forme previste dall’art. 12, 1° e 2° comma; ciò che, inevitabilmente, è impedito dal mancato deposito dell’istanza, pur notificata. Ora, senza dubbio, la parte che ha provveduto a [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


10. (Segue). L'istanza di fissazione d’udienza quale mezzo di eccezione di estinzione

Può accadere che, in mancanza di una esplicita dichiarazione di estinzione del precedente processo, la parte interessata riproponga la domanda [54]. Anche nel processo commerciale, si deve ritenere che il giudice successivamente adito non sia competente a decidere principaliter della questione relativa alla estinzione di un diverso processo, perché la disciplina comune di cui all’art. 39 c.p.c. impone al secondo giudice di spogliarsi della causa quando il primo processo non sia definito con una formale dichiarazione di estinzione, potendo al più ammetterne una cognizione soltanto incidenter tantum [55]. In altre parole, la riproposizione della medesima azione, fondandosi sull’ammesso riconoscimento della già verificatasi estinzione del primo processo, ne può comportare l’implicita richiesta di accertamento incidentale. Cosicché, in deroga al generale meccanismo per cui l’estinzione si verifica soltanto laddove la parte interessata ne sollevi tempestivamente l’eccezione, il giudice, successivamente adito, pur rilevando l’identità di parti, di petitum e di causa petendi (ovvero la continenza o la connessione di cause), deve astenersi dal dichiarare la litispendenza (la continenza o la connessione) potendo accertare, in via meramente incidentale, anche d’ufficio (rectius, in mancanza di una eccezione esplicita), l’avvenuta [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


11. La mancata tempestiva costituzione dell'attore

 In linea con la regola comune secondo la quale la costituzione tempestiva di una delle parti consente all’altra di costituirsi anche successivamente (art. 171, 2° comma, c.p.c.), l’art. 13, 1° comma, del decreto delegato, attribuisce al convenuto, ritualmente costituito, la facoltà di dare impulso al processo a norma dell’art. 4, 2° comma, nonostante la mancata (o tardiva) costituzione dell’attore [58]. Sennonché, nella contumacia dell’attore [59], il convenuto, tempestivamente costituitosi, può scegliere di eccepire, nella comparsa di risposta, l’estinzione del processo. Anche nel processo ordinario, la mancata costituzione dell’attore può dar luogo all’e­stinzione ma, a tale esito, si perviene soltanto dopo [60] che il giudice istruttore lo abbia dichiarato contumace (allorché quest’ultimo abbia omesso di costituirsi anche alla prima udienza: art. 171, 3° comma, c.p.c.) e il convenuto non abbia espressamente chiesto la prosecuzione del giudizio (art. 290 c.p.c.); la causa è cancellata dal ruolo e il processo si estingue. Per il processo commerciale, il legislatore delegato ha previsto, invece, che, a seguito della mancata costituzione in giudizio dell’attore, la fattispecie estintiva si perfezioni in una fase che precede l’udienza [61] e che, a tal fine, non sia necessaria la dichiarazione giudiziale che [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


12. La mancata tempestiva costituzione di tutte le parti

La fattispecie estintiva individuata dall’art. 13, 1° comma, rileva nel processo soltanto se l’attore non si è costituito nei termini e il convenuto che si costituisce tempestivamente in giudizio, sollevi l’eccezione. Tutt’altra situazione si verifica qualora nessuna delle parti si sia costituita nei termini previsti. Il 3° comma dell’art. 13 dispone che una di esse si può costituire anche tardivamente e proporre l’istanza di fissazione dell’udienza mediante deposito in cancelleria; in tali casi, «dell’avvenuto deposito dell’istanza deve essere data notizia mediante atto notificato alle altre parti, le quali possono costituirsi nei dieci giorni successivi…». Solo se l’altra o le altre parti non si costituiscono, trovano applicazione i commi 1° e 2°. La tempestività della costituzione in giudizio del convenuto, presupposta al 1° comma, ai fini dell’estinzione, perde, dunque, l’essenza di requisito necessario al 3° comma. Infatti, la norma non prevede soltanto la prosecuzione del processo, allorché una delle parti, benché costituitasi tardivamente, proponga istanza di fissazione d’udienza e le altre si costituiscano nei dieci giorni successivi, depositando i propri scritti difensivi, i documenti offerti in comunicazione e la nota contenente la formulazione delle rispettive conclusioni [73]; ma, consente [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


13. La mancata comparizione di tutte le parti costituite all'udienza

Mentre l’art. 13, 3° comma disciplina l’ipotesi in cui nessuna delle parti si sia costituita e non sia comparsa all’udienza, l’art. 16, 1° comma regola la diversa ipotesi in cui nessuna delle parti, pur costituite, compare all’udienza; tale evento produce la cancellazione della causa dal ruolo [79]. Proprio la particolare struttura del rito societario ha imposto al legislatore delegato una disciplina che si discostasse dall’art. 181 c.p.c. per il quale «se nessuna delle parti comparisce nella prima udienza, il giudice fissa una udienza successiva, di cui il cancelliere dà comunicazione alle parti costituite. Se nessuna delle parti comparisce alla nuova udienza, il giudice con ordinanza non impugnabile, dispone la cancellazione della causa dal ruolo» [80]: probabilmente, infatti, lo sdoppiamento dell’udienza previsto non era parso coerente con il sistema processuale dell’udienza (tendenzialmente) unica previsto dall’art. 16. Sennonché, l’isolato riferimento alla cancellazione della causa dal ruolo [81] lascia presumere che, perfezionatasi la fattispecie estintiva de qua (pur con modalità diverse rispetto a quanto previsto dall’art. 181 c.p.c.), il procedimento previsto dall’art. 307, comma 1°, 2° e 4°, c.p.c. sia un percorso obbligato: a seguito della cancellazione della causa, le parti devono provvedere a [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


14. La mancata comparizione di tutte le parti nel procedimento in grado di appello

L’art. 22 del decreto delegato, per il quale «se nessuna delle parti compare all’udienza, la corte d’appello ordina la cancellazione della causa dal ruolo», riproduce sostanzialmente l’art. 16, 1° comma, fatto salvo l’omesso riferimento alla costituzione in giudizio. Orbene, però, tale omissione non può certamente far presumere che il legislatore abbia intenzionalmente previsto la cancellazione della causa dal ruolo in appello ogniqualvolta le parti non siano comparse all’udienza e ciò, indipendentemente dalla loro costituzione; la circostanza per la quale è stata già fissata l’udienza di comparizione innanzi al collegio, infatti, impone di ritenere che almeno una di esse si sia costituita in giudizio [88]. Ora, nel giudizio di appello, la mancata costituzione di una ovvero di entrambe le parti produce diverse ed ulteriori situazioni processuali. La prima si verifica allorché l’appellante non si costituisca nel termine prescritto e l’ap­pellato, invece, vi provveda tempestivamente; ai sensi dell’art. 20, 3° comma, su istanza di quest’ultimo, l’appello è dichiarato improcedibile [89]. Nulla si dice però del caso in cui l’appellante abbia omesso di costituirsi in termini e, d’altro canto, neppure l’altra parte, pur tempestivamente costituita, sia, però, comparsa. La dichiarazione di [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


15. Le ipotesi di inattività delle parti rivenienti dal codice di rito

Il processo commerciale si estingue altresì per cause di inattività diverse da quelle espressamente previste dal decreto delegato. Si tratta ora di verificare la compatibilità delle fattispecie estintive annoverate dall’art. 307 c.p.c. con il sistema processuale introdotto. Alcune di queste, come si è già osservato, sono assoggettate ad una disciplina in tutto o in parte diversa, dettata dallo stesso decreto. Con riguardo alle altre, invece, vi sono casi, previsti dalla legge comune, in cui il giudice ordina solo la cancellazione della causa dal ruolo, come, ad esempio, la mancata ottemperanza all’ordine del giudice per la chiamata del terzo ex art. 270 c.p.c., salva la possibilità della riassunzione entro un anno. Ora, se prodotte nell’ambito del processo commerciale, tali cause di inattività in parte soggiacciono alla disciplina comune. Tuttavia, al fine di individuare l’atto idoneo alla riassunzione della causa eventualmente cancellata dal ruolo del giudice competente (giudice relatore o collegio) nonché il procedimento per mezzo del quale il giudice possa provvedere sulla questione relativa all’estinzione, occorrerà di volta in volta, verificare il momento in cui l’evento effettivamente si produce nel processo. A norma dell’art. 307, 3° comma, c.p.c., il processo si estingue altresì qualora le parti alle quali spetti di rinnovare la [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


16. La rinuncia agli atti

Il decreto delegato non prevede una espressa disciplina per le ipotesi in cui il processo si estingua per rinuncia agli atti. Sicché, nelle ipotesi in cui l’attore non abbia più interesse alla prosecuzione del processo diventa mutuabile il meccanismo previsto dall’art. 306 c.p.c., ai sensi del quale: «il processo si estingue per rinuncia agli atti del giudizio quando questa è accettata dalle parti costituite che potrebbero avere interesse alla prosecuzione (…). Il giudice se la rinuncia e la accettazione sono regolari, dichiara l’estinzione del processo» [96]. Le diverse fattispecie estintive individuate dal legislatore hanno indotto alcuni studiosi ad escludere l’applicabilità della disciplina prevista per la dichiarazione di estinzione in caso di inattività delle parti (art. 307, 4° comma, c.p.c.) alla rinuncia agli atti del processo: si è detto, infatti, che, se la rinuncia e l’accettazione sono regolari, il giudice dichiara l’estinzione con ordinanza e, soltanto in caso di contestazione sulla dichiarazione di rinuncia e della accettazione, provvede con sentenza [97]. Sennonché, in assenza di uno speciale regime, nulla impone che le forme processuali per la definizione della questione relativa alla estinzione «debbano essere diverse a seconda della causa da cui deriva» [98]. L’eventualità che il processo si estingua per [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


NOTE

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio